Smart City

smart cityVito Lo Surdo rimase col cucchiaio a mezz’aria mentre all’ora di cena si sorbiva svogliato la solita minestrina avanzata a pranzo che la madre gli aveva scaldato. La notizia al telegiornale lo aveva folgorato nel bel mezzo di una crepuscolare crisi che lo prendeva quotidianamente sul far della sera quando passava in rassegna tutte le ingiustizie e le villanie che lo avevano amareggiato per tutto il giorno. Pertanto, quando apprese la notizia che avevano fondato una città al nord ( certo, sempre al nord queste cose, figuriamoci se le fanno al sud) chiamata Smart City, talmente evoluta da avere uno statuto obbligatorio nel quale la proprietà privata era stata debellata, guardato il piatto nel quale galleggiavano i resti di un broccolo sfatto, non ebbe più dubbi: doveva andarci. Lui che era un muratore, sarebbe stato subito accolto, perché a Smart City ognuno, per acquisire la cittadinanza, doveva saper fare qualcosa ovvero essere in possesso di un mestiere per metterlo a disposizione della comunità. Salutò gli increduli fratelli, gli sbigottiti compaesani e resistette alle làstime della anziana madre, la quale gli ricordava che_ non può esistere felicità senza la soddisfazione di ottenere una cosa soltanto tua_ e partì alla volta dell’ avanzata città.


Una meraviglia. Lì, l’egoismo era davvero finito, liquidato con tutto il suo codazzo neoliberista sempre alla ricerca del profitto, del mio e del tuo. A Smart City, tutto era di tutti, meglio ancora se di nessuno. Infatti, se io uso una cosa ma non mi appartiene, è forse meno utile se anche il mio vicino la userà? Smart City era un meccanismo perfetto, era l’ incarnazione di tutte le ideologie popolari, col suo miracoloso superamento di ogni bieca ricerca del possesso.
Via tutte le responsabilità, via l’ angoscia di dover proteggere e  curare le proprie cose, senza la proprietà era la vera pacchia. Vito Lo Surdo, approdato a Smart City, un altro uomo si sentiva. Vero è che per un po’ continuò a ripetere, _ e questa, questa pure in  comune è?

– mentre toccava la moto cromata con gli occhi luccicanti ( e quando mai l’ aveva vista una Harley così vicina e rombante) oppure mentre accarezzava una duetto spider cabriolet rosso fiammante, e la risposta asciutta dei fondatori responsabili che scuotevano un po’ la testa, era sempre_ TUTTO. Il suo provincialismo possessivo ogni tanto lo tirava per la giacchetta ed era duro a morire ma lui si impegnava perché la vera felicità quella era e lui l’ aveva trovata. Spogliati dalla proprietà, anche l’ ossessione per le cose perdeva di consistenza, svaniva. La scocciatura di dover consultare il meccanico per un rumorino del motore, era debellata perché responsabili del guasto potenzialmente erano tutti e dato che “se tutti sono colpevoli, non c’è nessun colpevole,” la responsabilità era spalmata ben bene come burro sul pane. Dell’ uso delle cose se ne ricavava solo il lato piacevole, finalmente liberi da ciò che si possiede, anche perché ciò che si possiede, finisce sempre per possederci.
E poi, c’ erano le femmine. Ah le femmine!
Non esisteva la gelosia a Smart City, ma sola la scelta. Che meraviglia scegliere o essere scelti senza la paura di pestare i piedi a qualcuno, in assoluta libertà anche se a Vito Lo Surdo piaceva pensare che le sue,conquiste erano, risultati delle sue abilità di seduttore. Mai lo sfiorava il pensiero che tutto era in realtà, un normale giro di giostra senza però dover pagare il biglietto.
La sera che la vide per la prima volta, bella, bruna con gli occhi di velluto,appoggiata al bancone del bar sotto le luci intermittenti blu rosse e verdi, se ne innamorò perdutamente. Carmela Mangiafico in un battito di ciglia cancellò il mito di vita  in comune che Smart City prometteva ( e per la verità manteneva) a tutti i suoi abitanti. Lui che telefonava ai suoi fratelli , lui che li compativa  per quanto si sentissero importanti, poverini, per quelle quattro cose che possedevano come se si trattasse di un tesoro, mentre lui progredito ed avanzato, queste miserie umane le aveva superate,si sentì un cretino e li invidiò.
Invidiò quegli arretrati che avevano sì sempre le stesse mogli e le stesse  fidanzate,ma che almeno non  erano considerate consorzi o cooperative di beneficenza. Come fare ? come restare a  Smart  City e avere l’ esclusiva su Carmela?

Si sentì infelice. Pagava tutto il piacere finora provato e in contanti per giunta. Parlò con Carmela, tentò di convincerla, fu patetico. Nel panico totale, gli occhi strabuzzati, le vene gonfie del collo, le tempie pulsanti, la fronte sudata, le mani tremanti, Vito Lo Surdo  inscenò uno spettacolo desolante.
_ ti porto via,_ le disse balbettando. _ ce ne andiamo a stare nella casetta al paese che mi ha lasciato mio padre. Non hai nostalgia della nostra terra? Le nostre comuni origini, ci legano Carmela mia. Pensaci, che abbiamo in fondo in comune noi con questi qua? Facciamo finta che è stata una festa e che ora finita è. Felici saremo, Carmela mia bedda._
Ma Carmela fece schioccare la lingua in segno di diniego e si mostrò imperturbabile ai vagheggiamenti bucolici di vita semplice e di monogame passioni,insomma non si fece fregare.
Vito Lo Surdo andò a trovare il padre di Carmela e grande fu lo stupore quando scoprì che Ciccio Mangiafico altri non era che un antico vicino di casa del paese che tutti credevano in Germania.
_ zù Cicciu, vossia cuntentu è di comu vannu li cosi a Smart City?
Non ha desiderio di riavere le sue donne, tutte per se e solo sue?_
Vito Lo Surdo che aveva riesumato il maschile istinto del possesso, tentava di convincere lu zù Cicciu a lasciare la comunità per tornare al paese con moglie e figlia. Solo così poteva avere Carmela tutta per sé. Ma lu zù Cicciu alle sue parole, inarcò un solo sopracciglio, chiuse un solo occhio, mosse un solo angolo della bocca tanto che Vito Lo Surdo temette un ictus. Ma lu zù Cicciu stava benissimo e parlava un italiano perfetto.
_ ma veramente tu vorresti controllare la vita delle donne? Se non esiste più la proprietà delle cose, perché dovrebbe esistere o resistere la proprietà delle persone?_
Lo strepito del vento che si insinua nelle fessure del vagone ferroviario e il ritmo ipnotico delle rotaie che corrono sui binari, esasperano i ricordi di Vito Lo Surdo. Smart City si allontana sempre più ma lui pensa sempre alle parole di Carmela che lo aveva accompagnato in stazione, radiosa col vestitino corto a pois e profumata come un fiore all’ alba.
_ Vituccio, il cambiamento è donna e tu sei rimasto indietro.

Tiziana Sferruggia

Segnalata alla XXVI edizione del Premio Calvino con “La signora Rosetta”

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2 pensieri su “Smart City

  1. #svolgimento Autore articolo

    cara Tiziana..io non lo so se mi piacerebbe vivere in una citta come SMART CITY..sono possessiva..mai dividerei le mie cose con qualcuno ;))
    wood
    mitica come sempre !!

    Rispondi

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