Impiegato matricola 451911

impiegatoCome ogni giovedì sera l’uomo spense il PC. Allineò i fogli nel portadocumenti di metallo sulla scrivania di formica grigia, infilò la matita ben temperata nel barattolo con la punta in alto e chiuse a chiave la cassettiera sotto la scrivania. L’uomo, dopo aver trascorso alla scrivania anche l’ora quotidiana di straordinario tacitamente imposta dall’Azienda,  infilò l’impermeabile color fumo di Londra sul vestito grigio, prese la valigetta, salutò con un generico “arrivederci” i colleghi e si avviò verso la bollatrice.

Ma quel giovedì non era stato un giovedì come gli altri.

Appena un’ora prima era stato chiamato a rapporto dal suo HR Manager (una volta si chiamava semplicemente “il Personale”), che dopo un accurato preambolo punteggiato da parole come “crisi”, “sacrificio” “contributo” gli aveva comunicato che a partire dal giorno dopo lui, l’impiegato matricola 451911, tutti i venerdì sarebbe stato sospeso dal lavoro. Cassa Integrazione Ordinaria, gli aveva detto. “Comunque l’Azienda conta su di lei perché  svolga con la consueta efficienza, perfino con maggior lena, le sue mansioni” aveva concluso, congedandolo.
L’uomo dopo aver salutato, aveva chiuso educatamente la porta dietro di sé. Si era passato la mano sul riporto in un gesto inconsapevole, aveva percorso a passi veloci il lungo corridoio moquettato con le grandi finestre sul giardino dipinto con colori pastello, poi passata la porta a vetri aveva rallentato. Dopo le scale di linoleum consumato si era incamminato con passo più tranquillo nel corridoio bianco sporco illuminato dai neon, fino a raggiungere il  grande open space dove si trovava la sua scrivania.
Si era lasciato cadere sulla sedia e per la prima volta da tempo il suo viso aveva tradito un’emozione. La tastiera del suo PC era stata spostata a coprire un libro, di cui sporgeva solo il dorso. Subito l’aveva sfilato e infilato di soppiatto nella sua valigetta, guardandosi poi intorno. Aveva agito d’impulso ed era riuscito a scorgere di sfuggita solo il titolo, che non gli aveva detto nulla.

Una volta ben chiuso in auto, agganciata la cintura di sicurezza e con la valigetta sul sedile passeggero, si era concesso di ripensare ai fatti della giornata. “L’HR mi ha detto che non è una punizione, che a rotazione staremo a casa tutti. Però mi sa che abbiano scelto me  perché mi fermo solo un’ora, sarà meglio aumentare le ore di straordinario. Sì, sarà decisamente meglio.” – si disse. Ma in realtà lo preoccupava di più il libro. Chi e perché avrebbe dovuto mettere un libro sotto la sua tastiera? È un errore? È uno scherzo? Che cosa aveva a che spartire lui coi libri. Ne aveva studiati, sì, ma solo quelli. Leggere è buttare via il tempo: si sa che quelli che leggono sono tutti un po’ filosofi, insofferenti alle regole, e si permettono di ridere della vita. Magari qualcuno voleva rimarcare l’umiliazione della Cassa dicendogli: “ecco, ora che sei un nullafacente e hai tempo da perdere, perdilo!”.
E se fosse un test? Se l’HR ne avesse fatto distribuire a più persone? Se servisse a capire come viene impiegato questo tempo non lavorato. Magari faranno delle verifiche. Magari chi non ha letto il libro sarà penalizzato. Magari il libro contiene qualcosa di importante che si deve sapere e servirà a scremare e distinguere alcuni da altri. Magari già stasera le donne delle pulizie dopo aver spolverato le scrivanie e svuotato i cestini controllandone i contenuti, andranno nel comodo ufficio luminoso e faranno rapporto, riferendo su chi ha preso il libro e chi no.

Così rimuginando l’uomo guidò con prudenza fino al palazzo di periferia, comodo all’Azienda, in cui aveva comperato un dignitoso bilocale con servizi. Dopo aver parcheggiato al centro esatto del suo posto auto, salì le scale fino al secondo piano. Appoggiò su una mensola dell’ingresso la borsa e appese l’impermeabile. Poi passò in bagno e sostituì le scarpe con ciabatte di panno marrone. Si spostò in camera da letto dove si tolse la cravatta, ripiegò con cura il vestito posandolo sulla seggiola e mise pantaloni di felpa e una giacca da casa.

Il libro era ancora nella borsa.

Accese il televisore e appoggiò un pentolino con due dita d’acqua e mezzo dado sul fornello a gas. Apparecchiò sulla tovaglia piegata in due: un piatto fondo, le posate, un bicchiere, una mela. Quando la manciata di pastina fu cotta, versò la minestrina nel piatto e si sedette a tavola. Tra una cucchiaiata e l’altra cercò di fare attenzione al telegiornale ma il pensiero correva continuamente alla valigetta. Dopo aver mangiato tre dei quattro spicchi di mela, scoprendosi incapace di aspettare oltre, si alzò a prendere il libro. Spento il televisore, l’uomo si sedette al tavolo con la schiena dritta e la sedia ben accostata, gli occhiali da lettura sulla punta del naso e il libro aperto sul mezzo tavolo libero dalla tovaglia. Quando arrivò a leggere di come Bartleby si rifiuta di svolgere altri compiti oltre a quello di scrivano, l’uomo si spostò col libro sul divano, dimenticandosi di tenere d’occhio l’orologio.

Il lunedì mattina aspettò fino al terzo squillo prima di sollevare la cornetta. Era il capo con la solita richiesta di un lavoro cosiddetto urgente. L’uomo sapeva perfettamente che quello che nessuno voleva fare finiva sempre a lui. Sapeva anche che la paternità e il merito dell’attività sarebbero stati attribuiti ad altri, magari un giovane rampollo in carriera se non al capo stesso ma aveva sempre creduto che fosse giusto. Così, dopo aver ascoltato con la consueta attenzione, l’uomo sorprese i presenti rispondendo a voce alta: “Guardi, preferirei di no”.
Poi, con l’ombra di un sorriso affiorante da dietro agli occhiali, rimise con delicatezza la cornetta al suo posto.

Manuela Barban

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3 pensieri su “Impiegato matricola 451911

  1. beabea414

    Grandissima Manu….Adoro Bartleby di Melville. Come direbbe Giorgio Agamben, ‘I would prefer not’ è l’algoritmo in cui il possibile si emancipa da ogni Ragione.

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