Leggi ad alta voce

robot“Leggi ad alta voce”
“Kaleen Krum, nata il 21 ottobre a Blair, in Nebraska, alta cinque piedi e sei, occhi…”
“Basta così. C’è altro?”
“Una foto.”
“Che foto?”
“Sono io. È la mia faccia.”
L’uomo la guardava scrollando la testa, le braccia conserte sul camice immacolato. Le posò lo stetoscopio sul petto e ascoltò. Si grattò una tempia. Sembrava confuso.
Kaleen stava seduta composta, pazientemente, con la schiena ben dritta ed il mento alto perché così le sembrava di essere una principessa. Gli sorrideva con un calore bonario ed ingenuo: quel signor dottore le sembrava tanto stanco.
“Faccia una piccola pausa, signore. Ha proprio una brutta cera, sa?”
Quello rivolse al vuoto uno sguardo perplesso e le si allontanò di un paio di passi.
“Giusto. Brava. Hai ragione.”
“Posso tenere la collana?”
Il viso di lui si adombrò, ma non volle ancora chinarsi a guardarla negli occhi. Si sfilò lo stetoscopio e glielo tese, senza che le loro mani si scambiassero calore. Uscì.


Lei cominciò ad ascoltare. La piantina di basilico, la porta d’entrata, la scrivania del signor dottore, il cagnolino Bummie che era tutto un rotolino di ciccia col muso da coccolare, i documenti sullo scaffale con la scritta TOP SECRET, la borsetta della segretaria Williams, il telefono cellulare della segretaria Williams, la segretaria Williams in persona.
Quando infine poggiò l’oggetto sul proprio petto sentì un ticchettio distinto, simile a quello dell’orologio a muro. Chiuse un attimo gli occhi e con la vita nelle orecchie decise di farsi guidare dal naso.
Arrivò alla scrivania della Williams, che sgranocchiava biscotti alla cannella. Il suo fiuto non sbagliava mai.
“I biscotti ti fanno male, Kallie!”
Esclamò la segretaria abbassandole lo stetoscopio dalle orecchie. Peccato che già l’altra stesse masticando il terzo dolcetto e avesse la mano sul quarto. Non a caso una fitta sorda la colse e la fece accasciare sulla scrivania.
“Niente zucchero, signorinella. Quegli idioti completi dell’apparato digerente ti hanno di nuovo svalvolato il pancreas.”
Continuò carezzandole i capelli flosci.
“Adesso mi passa.”
Rantolò Kaleen, respirando male.

Il dottore, tale Nathan James Johnson, si capacitava a fatica del guaio in cui si era cacciato. Era sembrata a tutti un’ottima idea, quella di creare un essere umano artificiale. Un traguardo scientifico da sogno: automi antropomorfi avrebbero potuto fare tutti i lavori pesanti e la ditta per cui lavorava non avrebbe più dovuto spendere quattrini e quattrini per avere degli operai che tra l’altro potevano ammalarsi o avere la malsana idea di fare dei figli: lui non aveva che da guadagnarci. Tanti erano stati i fallimenti, certo: ma Kaleen era il prodotto riuscito, il lavoro perfetto. Occorrevano documenti falsi, ovviamente, e spoglie umane che celassero l’inghippo – altre ditte e altri dottori avrebbero potuto avere le sue idee – ma era questo il prezzo del progresso.
Da qui in poi però arrivavano i problemi. Andava molto bene che l’automa parlasse e camminasse, anche meglio che sapesse lavorare sodo e bene, ma che ridesse a crepapelle e leggesse Kerouac e annaffiasse i fiori e giocasse con Bummie proprio no, questo non andava bene affatto. Un conto era programmare un grosso macchinario con un volto, un’altro trovarsi una persona vera da curare, vestire, assistere. Era diventato padre di una donna adulta e non sapeva che fare.

“Cosa stai facendo?”
“Sto bevendo del tè.”
“Non ne hai bisogno.”
“Però mi piace.”
Kaleen era dietro di lui. Sentì il freddo dello stetoscopio contro il retro del collo.
“Non ti ho programmata per questo.”
La voce cruda dell’automa gli attraversò la nuca.
“Vede, signor dottore…”
Il ticchettio dei suoi ingranaggi si mischiava al rumore della volta celeste. Inspirò.
“…Non è stupido credere di poter nascere e basta, e avere così in dono una vita? Non è così che funziona. Non si può regalare nulla, altrimenti l’equilibrio del cosmo crolla. La vita è la polvere di stelle che le si incrosta dentro ogni volta che respira. Avrebbe dovuto pensarci un po’ su prima di costruirmi dei polmoni.”
Il ronzio che aveva in testa gli sembrava quello di una radio rotta. Gli scappò quasi da ridere sentendosi per una volta l’automa dei due. Quando si voltò Kaleen aveva lasciato cadere lo stetoscopio e stava annusando un fiore con un sorriso beato in volto.
Nathan si alzò e tutto d’un colpo pianse, rise, si arrabbiò, si sentì innamorato e moribondo, volle la morte e la cercò in un sorriso. Si ritrovò saturo di emozioni e pieno, una goccia di colore sotto il camice candido. Finchè la segretaria Williams non ebbe varcato la soglia.
“Signor Johnson, le ricordo il meeting alle tre”
Rimesse le emozioni nel sacco, Nathan James Johnson non sognò più.

Bianca Martinetto

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4 pensieri su “Leggi ad alta voce

  1. woodd

    Meravigghia! Sei Giovane come l’aglietto e scrivi come una scrittrice di quelle brave come la Bianca sopra , che ti ha fatto un complimento da leccarsi i baffi!!

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  2. Gabriella

    Se non fosse che Bianca è troppo giovane per aver visto quel film… direi che la prima parte del racconto è ispirata a Blade Runner. Ricordate la scena iniziale in cui si svolge l’interrogatorio di Rachel, la replicante che si crede un’umana?
    Bravissima Bianca!

    Gabriella

    Rispondi

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