Come in basso così in alto – seconda e ultima parte

Testamento della Lucertolina.

LucertolinaNon si può vedere, ma la Montagna Mineraria si sposta sempre più.
Inizia così il suo dettato. Scrivo direttamente sui sassolini del sentiero, con lo stecco.
Tutto parte dai sassolini, dice. I sassolini sono in fondo tali e quali alle lucertoline, o anche alle persone umane, e anche a quelli di dodici anni come te; solo che vanno più lenti, hanno cioè, al loro interno, cellule che si muovono appena. Così inizia il mondo. Inizia piano. Come tutto. Io, come Lucertolina non mi posso lamentare. Ho vissuto ai piedi di questa Montagna per quasi vent’anni, e prima di me i miei genitori, e i genitori dei miei genitori, e i genitori dei genitori dei miei genitori, e poi anche i genitori dei genitori dei genitori dei miei genitori, e poi un’altra volta e poi un’altra volta e su e su e su, per cento, duecento, trecento milioni di anni e forse di più e alla fine mi sono anche salvata dallo sciacallo del falco o falchetto falso cugino. Siccome, alla fin fine, devo ringraziare te per non esser finita, dopo così tanti milioni di anni, come pasto finale per i pulcini, ho deciso di raccontarti certe cose.
Non so chi tu sia, ma ho capito, col mio cervellino lucertoloso, che sei piuttosto moderno, come ragazzo. Infatti ridi e ti annoi molto in fretta. Hai però il cuore ancora sgombro, perciò ti dirò ciò che conosco.
Dell’inizio ti ho già detto. Per secondo, ti dirò circa la pioggia.

Guardo su.
Le spesse nubi grigio scuro cavalcano dalla nostra parte. La vetta della Montagna Mineraria non si vede più. Fa sempre più fresco; il sudore mi si è attaccato tutto addosso, nei calzini, nelle mutande.

Ascolta, ascolta, e scrivi, dice la Lucertolina morta, supina sul sentiero sassoso, polveroso.
La pioggia, di mille anni in mille anni, ha fissato la terra e fiori grandi come teste di mucca sono spuntati ogni giorno per mille anni ancora. I fiori, dunque. Capito?
Dopo i fiori, dato che il loro profumo aveva impregnato tutto, ecco che le mucche monocromatiche hanno cominciato a mangiarli e poi hanno defecato per altri mille anni, anzi duemila, e hanno così riempito tutto il ventre della Montagna Mineraria che è poi rimasto addormentato per moltissime stagioni a venire. Il sole lo seccava, la neve lo gonfiava, poi ancora il sole che lo seccava e via e via e via, senza fine, per dieci, cento, mille anni anzi diecimila. E su, e su, e su. Il tempo non conta, vedi? Non conta mai. Perché non c’è davvero, è troppo.
Poi, la terra si è fermata per bene e così sul ventre della Montagna Mineraria è nata la natura.
La natura, capito? Il muschio, gli alberi, lo scorrere delle linfe nelle vene.

Io ascolto, e scrivo sui sassolini con lo stecco, ma non so se capisco bene tutto.
Un rigurgitone si accompagna allo schioccare di un fulmine, e la Montagna brilla in un istante che è già finito. L’aria ora è ferma, inossigenata.
La natura, riprende la Lucertolina, è nata dal basso, anzi dal sotto. Da dentro la forma di un uovo, per la precisione. Anzi, da mille, macché, un milione o un miliardo di forme di uova. L’uovo è il seme da cui tutto parte. Parte dall’inizio del tempo, che inizia per l’appunto non si sa perché, miliardi di miliardi di miliardesimi di anni o secoli con funzioni esponenziali alla settima o alla nona. Non si può calcolare, perché come è stato, è. Dall’uovo, di seguito, dopo una lunga stagione di siccità, il nonno del nonno del nonno e così via per ottocentomila generazioni fino a me, ha avuto la fortuna, proprio qui, ai piedi di questa Montagna, di fare un incontro molto particolare.

Oh, Lucertolina mia. Quante cose sai! Ma ridimmi, cosa ha incontrato questo tuo lontanissimo parente?
Un boato rimbomba su tutta la valle, su tutta la vetta ormai scura della Montagna Mineraria. La pancina biancastra e a volte verde della Lucertolina è diventata colore della panna non appena ammuffita.

Non ci crederai! Era un uomo! L’Uomo Bruno! strilla la Lucertolina, che a un tratto pare muoversi. Ma non è altro che una ventata molto forte. Mi stringo nella spalle, ho freddo. Stringo forte lo stecco con la mano, come per scaldarmi. Poi qualcosa mi tocca la spalla. Alzo la testa, ma forse svengo. Ricordo che ho sentito tanto freddo tutto insieme dentro il petto. Un fulmine, forse, mi ha fulminato.

Storia con l’Uomo Bruno che conosce tutto.

Questa storia inizia così, perché da quando sono stato fulminato non sono più lo stesso.
Forse era solo un sogno, o una visione dovuta alla fulminata, ma quello che avevo davanti doveva essere proprio l’Uomo Bruno. Era vecchissimo. Mi dice di soffrire a una gamba. Gliela guardo. Si vede tutto l’osso sporgente con la pelle sopra. Il muscolo o altre cose anatomiche non ci sono. Forse sono sparite. La gamba è tutta rossa. Una grossa vena tutta viola la percorre in verticale come l’andamento di un fiume primordiale.
L’Uomo Bruno dice che è una grossa flebite, e che non gli andrà mai più via perché qualche cosa, nell’aria, è cambiato per sempre. Dentro di sé, nella vallata, nella grande Montagna.
Prima, dice ancora con la sua vocina vecchia, probabilmente vecchissima, all’epoca dell’epoca dei primi uomini scavatori, cercatori, la musica si diffondeva automaticamente, da ogni dove. Era una musica naturale, che rischiarava il cielo dopo la pioggia, o che bagnava la terra del ventre della Montagna che si era seccata dal sole fortissimo.
La Montagna stessa suonava. Suonava perché gli alberi erano arrivati lì da soli, senza macchine trasportatrici, ed erano come membrane che ripercuotevano note e fischi modulati. Quando tirava la tramontana, tutti i rami si piegavano da una parte e vocalizzavano a squarciagola con vibrazioni altissime, simili a violini. Si creava una melodia malinconica, ma era così bella, impetuosa, che il sangue ti ribolliva nelle vene e andava su, e giù, e su, e giù, e il cuore pompava all’impazzata. Che cosa sublime! Durante il plenilunio, la musica nasceva dalla radici della Montagna ed era invece profonda, sul modo dei contrabbassi, dei violoncelli. Che sogni celestiali, che dolce contemplazione! Gli uomini che abitavano questi luoghi non parlavano. Non ne avevano bisogno.

Guardo su. Il cielo è ormai sparito. Una manto spesso di nubi scorre lentissimo sulle nostre teste. Poi si sente uno spaventoso rigurgito modulato della Lucertolina. La sua pancina verdastra e a volte bianco panna ha perso come l’untuosità della vita. Figliolo! dice. Tra poco verrà giù il finimondo!

Ma a questo punto non posso più andare. Adesso, per esempio, non ho nemmeno più sete.
L’Uomo Bruno si tocca la gamba malata e urla di dolore. Poi si sente come un gracchiare. Guardo su. Non sono sicurissimo, ma forse è un corvo, o una cornacchia. L’uccellaccio nero forse vuole dire qualcosa. La Lucertolina supina e ferma dice quasi sottovoce che non devo ascoltarlo.
L’uccellaccio parla. All’inizio non capisco bene, poi sì. Dice che tutto quello che mi ha detto la Lucertolina e l’Uomo Bruno flebitico corrisponde a un grande gioco organizzato per farmi rapire e infine morire.
Non mi dà spiegazioni, dice solo questo. Ma lo dice due, tre, quattro, cinque volte, e via e via e via fino a venti e a trenta e su e su e su. Ora mi gira la testa. Mi viene da svenire per davvero.
Forse svengo, o sono già svenuto e rinsavito, perché sento come un fuoco che mi riaccende il cuore.
All’improvviso, la Lucertolina emette un nuovo intenso rigurgito. Un colpo di vento fa tremare i rami degli alberi, e mi sembra di sentire, ma a fatica, come un suono vibrante che si spande dappertutto, fuori e dentro di me. Il corvo o cornacchia ondeggia nel cielo per poi scomparire oltre la fitta vegetazione.
La natura, mi dice l’Uomo Bruno senza però aprire bocca, regola da sé ogni intensità, nel moto a luogo perenne che ci distingue dagli oggetti artificiali. Non dar retta alla cornacchia o corvo, lui insieme al falco o falchetto falso cugino sono fantasmi di questa Montagna. La loro bassezza di cuore e l’odio per gli uomini non li ha mai fatti salire in vetta. Ti dirò, ti dirò invece, che anche la montagna ha una voce, anzi, una bocca reale, un buco abissale, per suonare, per cantare.

La bocca della Montagna Mineraria suona e canta.

La bocca di cui ti dico, parla l’Uomo Bruno senza muovere le labbra, è una bocca che io stesso ho visitato, vissuto. È una bocca magica, una bocca profonda che prima non c’era.

Chiedo perché prima non ci fosse.
La Lucertolina fa un gorgheggio. La guardo. È come un po’ sprofondata nel terreno sassoso del sentiero, come impolverato.

Prima non c’era, ma poi c’è stata, continua l’Uomo Bruno. Il nonno del mio nonno del mio nonno e poi via, ancora indietro e ancora e ancora; è stato lui a far parlare la Montagna. Ha dargli questa bocca che canta, che suona.
Un tempo, uomini vibranti percorrevano i sentieri sassosi sul ventre della Montagna: avanti e indietro, avanti e indietro, silenziosi, come senza bocca.

Chiedo perché andassero così avanti e indietro.

Perché la Montagna è magica, come affascinata. Dal suo ventre, come schiusi dal grande uovo cosmico, uscivano oro e altri minerali plastici, planetari.

Quindi la Lucertolina fa un nuovo gorgheggio. Stavolta è più forte. La guardo. I ditini delle zampe nascosti dalla polvere dei sassolini. Poi esplode un tuono, un tremito corre lungo il fianco della Montagna. In un attimo, la pioggia scende velocissima.

L’Uomo Bruno mi ripara il capo con una mano, poi si abbassa ad aprire sul selciato uno sportello di ferro. Non lo avevo visto, o forse non c’era e ora c’è.
Lo puntella con lo stecco che mi prende di mano e ci entra dentro, zoppicando. Intanto, la potenza del temporale aumenta ancora. Un’indistinta nebbia d’acqua appanna la vista su ogni dove. Il suono della pioggia è ipnotizzante. Osservo il dettato della Lucertolina dissolversi come polvere soffiata via lontana.
L’uomo Bruno mi prende per una caviglia e mi conduce là sotto, dentro il ventre della Montagna. Una volta passato, si affretta a richiudere lo sportello.
È tutto nero, il cuore mi cavalca in petto. Il suono della pioggia copre come un manto sottilissimo la mia mente.
Poi si accende una luce. È una lampadina gialla. L’Uomo Bruno tiene in mano un filo dal quale pende un piccolo interruttore.
Ecco, dice. Siamo arrivati.
Dove, chiedo.
All’inizio della Storia, risponde. Alla Miniera del tempo e delle cose.

La Miniera dove tutto parte e ritorna.

Chilometri e chilometri e chilometri di interni della stessa bocca, di pareti carnose, di pietre ammassate, che vibrano, che esplodono di tempo, che implodono di terra, di acque primitive, di spostamenti geologici. Questi esofagi traboccanti di Storia, di respiro, sono l’Opera d’arte del mondo.
Sai chi sono io? Mi domanda a un tratto l’Uomo Bruno.

Sgrano gli occhi, impaurito. Sei l’Uomo Bruno, dico.
La luce gialla della lampadina lo inquadra per metà. Gli noto il volto rugoso, come piegato, stirato.

Sono il bidello della Montagna Mineraria. E tu sarai il mio successore. Per questo hai trovato la Lucertolina, e poi hai trovato me. Anzi, per questo ti ha trovato la Lucertolina, e poi ti ho trovato io. Per farti scoprire. Anzi, per scoprirti.
Vedi, io non decido niente. Per questo sono bidello. Io servo la Montagna. Però, la sua bocca è un’Opera d’arte che le generazioni passate, dal nonno del nonno del nonno e poi ancora e ancora fino al nonno del mio nonno hanno creato come si crea dalla pietra l’immagine di Dio e dei suoi Apostoli. Così è l’indispensabile: il dipendere per mutare forma e raggiungere le vette dell’infinito.
Alla Montagna mancava la bocca, agli uomini la sua musica per elevarsi.
Ma non è un lavoro facile. Sai perché?

Lo ascolto, ipnotizzato dal suono della pioggia attutita, da quella bocca cavernosa, chilometrica e invisibile.
Sai perché? Chiede ancora. Perché la Montagna Mineraria ha una pancia, proprio come la nostra. Come la mia, come la tua. E sai cosa mangia, la Montagna? Per l’appunto, guarda un attimo quassù.

Alzo lo sguardo. Dalla volta di roccia in penombra vedo spuntare i ditini della Lucertolina.

Vedi? Pian piano la Lucertolina ritorna alla Montagna e poi via e via e via, si riparte. È un cerchio, anzi, una ruota infinita. È un mulino, per la verità.
Tutto è accordato. Come un pianoforte. È la natura della cose. Tu, la vita ancora non ti ha sorpreso con milioni di superficialità combinate. Per questo puoi ancora trovare la verità delle cose.
Dalla Montagna, dalla sua bocca, generazioni e generazioni e generazioni e via e ancora via hanno portato nel mondo, nelle città, la Storia.
La fatica della loro industriosità li fa prossimi alle formiche ancestrali, che sulle teste portavano il futuro. È così che si nasce, che si cresce. E poi, una volta cresciuti, diventiamo automaticamente padri, e così ci industriamo per trasmettere al presente il passato.
Così fa la Montagna ai suoi frutti.
All’inizio del tempo, tutto era semplice, incomposto. Dalle mucche monocromatiche sono nate le feci del mondo, della natura così come la vediamo. Il profumo perfetto, l’equilibro perenne. Tutto, sappi, tutto si scompone e ricompone sempre. Basta lasciarlo, rilasciarlo.
Ora, come vedi, come puoi notare tramite la luce gialla di questa lampadina antichissima, ho la flebite. Chilometri, chilometri e chilometri e ancora e ancora e ancora su questi corridoi bui e acquosi per portare nel mondo, nelle città, i doni di questo ventre di madre terra. Le mie mani transustanziali hanno forgiato invenzioni.
Ma ora, ora non riesco più a forgiare. Non posso più. Ho la flebite che mi porterà via.
Ti insegnerò a giocare con la Montagna, a percorrere le sue caverne e a scavarne. A riempirla di te. A farti riempire.
Per continuare ad essere e per tornare e ripartire.
Non siamo per caso simili alle montagne? Non abbiamo le parole inventate, tramandate, per continuare a esplorare, a viaggiare nell’universo? Anche la Montagna Mineraria è inventata, con la bocca scavata, mineralizzata, cantata. Milioni di uomini l’hanno creata e tramandata, e lei è salita verso l’alto, affinché la vetta del suo essere possa infilarsi nel cielo, nella Via Lattea dello spazio senza tempo.
Così, la bocca è l’ingresso del cosmo interiore. È il basso dell’alto. È il significato delle nostre parole, le scelte dei padri dei padri dei padri dei nostri padri e così per cento e mille anni, centomila, fino ad arrivare qui, ora.
La Montagna, il suo ventre terroso, radicato, i suoi alberi millenari stagliati in verticale, le sue rocce primordiali sagomate, le sue pulsioni ataviche, le sue eruzioni. Ogni cellula minerale di questi miliardi di bilioni di biliardi è tornata qui, dentro la bocca mineraria, dopo aver peregrinato in nome delle Leggi fino alla fine dell’infinito, anzi al suo inizio.
E sai perché? Perché nel mondo, nelle città, si parla della natura come qualcosa di separato, di non respirato, di inossigenato, e allora sì, così si muore senza ritornare.
Impara a guardare la Montagna come la tua casa. Il suo ventre come la tua madre. Adesso, io ti dico, adesso ti dirò come fare.

Francesco Serino

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