Come in basso così in alto – prima parte

Inizio di un qualcosa che è in avanti e pure indietro nel tempo.

post-2337-1193852040Ho buttato tutti i libri di scuola nel torrente e ho corso come un matto per un’ora, ho tagliato per il bosco verso le pendici della Montagna Mineraria e alla fine ho trovato la Lucertolina senza coda. Sono qui che la guardo da un po’, il fiato corto per il gran caldo. Ho sete.
La coda è lì da una parte, sul sentiero sassoso, e si inarca su e giù, lentamente. La Lucertolina invece sta ferma, e respira soltanto. Gli occhietti neri li ha fissi nel vuoto, i ditini delle zampe allargate.
Alla fine, smette di respirare. Mi avvicino per guardarla meglio. Prendo uno stecco, la sposto piano. Lei non reagisce. Allora la sposto un po’ di più, poi prendo coraggio e con un movimento deciso la faccio volare via. Rido. Due, tre volte. Poi faccio una bella risata finale.
Guardo la coda. Non si muove più nemmeno quella. Con lo stecco, la sposto di qualche centimetro. Quindi la sposto un’altra volta, un po’ più di prima. Poi però smetto. Non è divertentissimo.
Vado a recuperare la Lucertolina, ma prima raccolgo la coda e me la metto in tasca facendo molta attenzione. Non ho voglia di romperla. È comunque un oggetto misterioso. Mi asciugo il sudore con la mano.
Ecco, trovo la Lucertolina sul bordo ghiaioso del sentiero, a pancia all’aria. Ha una pancina biancastra, a volte verde. A un tratto mi parla. Non so come faccia, perché sta tutta ferma a pancia all’aria, eppure mi dice qualcosa. Mi dice che la Montagna Mineraria è la sua casa e che io non dovevo disturbarla, che sono uno stupido ragazzino.


Mi viene una specie di paura inaspettata. Il sudore mi si ghiaccia sulla schiena.
Il cielo è azzurro e caldissimo.
La Lucertolina allora emette come un richiamo, una specie di rigurgito modulato. Mi avvicino tremando. Eppure non si muove, penso.
Poi mi viene in mente la coda. La tiro fuori di tasca facendo molta attenzione. Ho come l’impressione che sia stata lei la causa di tutto. Un po’ di sangue mi è rimasto attaccato su un’unghia. Me la pulisco ai pantaloni. Poggio la coda a terra, vicino al moncherino della Lucertolina.
Guardo su, per aria. Mi sembra di aver sentito il verso di un falco o falchetto, anche se non so di preciso come sia questo verso di falco o falchetto. Forse addirittura non l’ho mai sentito. In effetti, un tipo di uccello piuttosto robusto volteggia alto. Capisco che vuol prendersi la Lucertolina, anche a costo di beccarmi sulla testa, negli occhi. Oh Lucertolina, non volevo darti noia, perdonami! Ma perché sei morta se sapevi parlare?
La luce del sole è fortissima, e ho tanta sete, ma adesso non posso andare via, anche perché non saprei dove andare.
Cara Lucertolina sapientina, se sei così parlante, ridimmi qualcosa per aiutarti.
Ma è l’uccello robusto a parlare. Dice di essere cugino di terzo grado della Lucertolina, e di non preoccuparsi se mi lei mi ha parlato: è stato tutto uno scherzo orchestrato da lui medesimo. Mi piace scherzare, dice stridendo, dissacrare il dolore; la Lucertolina è purtroppo molto morta, è stata colpita da un rametto pesante staccatosi in fretta e furia da un albero malato.

Poi, dopo tutta una serie di nuovi volteggi, l’uccello robusto falco o falchetto mi dice gentilmente di spostarmi per non rischiare di finire trafitto dai suoi artigli e di lasciargli raccattare il corpicino della sua cuginetta. I suoi familiari la stanno aspettando dall’atro lato del poggio proprio sotto a un sasso piatto battuto giorno e sera dal sole.
Cavolo, penso.
Ma a un tratto mi sento svenire, nella gola, deglutendo, ho come una lama di coltello. Oh, uccello robusto cugino della mia sbeffeggiata e poi amata Lucertolina, puoi tu portarmi nel becco un po’ d’acqua? Ho così tanta sete da morire.
Aspetto tre, quattro suoi nuovi volteggi ma purtroppo non succede niente. Penso che forse l’uccello cugino non ha compreso la richiesta. Oh, caro, carissimo uccello robusto dal piumaggio di rettile, dalle penne biancastre e a volte verdi, hai nel becco spazio sufficiente per riempirlo come un bicchiere. Puoi per caso farmi il piacere di portarmi un po’ d’acqua? Ti ricompenserò lanciandoti con grande precisione in mezzo al becco uncinato la tua cugina di terzo grado per offrirgli una degna sepoltura.
Si sente un grande rigurgito tutto modulato. È la Lucertolina.
Questo mio cosiddetto cugino, afferma, non è davvero mio cugino. È finto. Dice apposta per potermi prendere e sfamare così i suoi pulcini.
Oh! Oh mia Lucertolina, ma allora stavo cadendo in un tranello!
Mi piazzo proprio sopra la Lucertolina e con lo stecco minaccio l’uccello robusto. Vai via, brutto uccello falco o falchetto che tu sia, via!
L’uccello robusto volteggia ancora un po’ sopra alla mia testa, poi sbuffa e si allontana con un gran sbatter d’ali.
Guardo la Lucertolina. La pancina biancastra e a volte verde è lucida, sembra olio. Oh, che pena vederti così!
Il sole è accecante.
Vorrei toccare quel pancino, penso, ma non so se posso. Glielo chiedo. Oh, Lucertolina, anche se sei deceduta ma puoi parlare, posso per caso anche solo per un attimo toccarti il pancino dorato? Ho capito sai, che mi vuoi bene.
Non sento niente.
Allora mi viene da piangere. Sento che gli occhi mi stanno gonfiando di lacrime. E così piango. Non sono mai stato accanto a un morto, nemmeno accanto a un morto che con grandi rigurgiti può parlare.
Poi, forse, c’è come un rombo lontano. Un boato.
Volteggio con la testa. Di là dalla vetta della Montagna Mineraria c’è un gran rincorrersi di nuvoloni tutti neri. In un attimo si alza un vento fresco. Ho così tanta sete che m’immagino bere la pioggia a bocca spalancata. Gli alberi altissimi sul ventre della Montagna Mineraria si muovono spastici, a tratti scongiunti.
Dico, dico, rigurgita d’un tratto la Lucertolina, che dovresti tornare a casa tua o ti prenderai un temporale in testa. La Montagna Mineraria non è roba da ragazzi. Su, dai retta.

Con la punta dello stecco vorrei toccargli la pancina. Ma io, io, singhiozzo, non voglio tornare a casa. Io voglio stare qui, anzi voglio farti un piacere. Dimmi, ridimmi con quella tua voce rigurgitante cosa posso fare per farti un piacere, un qualsiasi piacere che possa farti piacere.

Un nuovo grande boato percorre tutta la Montagna. Poi c’è come una frustata di vento. Pian piano, la Lucertolina ricomincia a parlare. Ancora non so come possa fare una Lucertolina morta, tutta girata sulla pancia senza respirare, a rigurgitare così tante frasi come fosse una persona in carne ed ossa viva, intelligente e col dono di poter pensare e farsi carico di cose che per me sono cose da grandi, troppo più grandi di una Lucertolina dalla pancia quasi verde, bianca.

Francesco Serino

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