Vecchia tigre nella neve

R.L. Hokusai, Vecchia tigre nella neve (1849)

Non ricordava quando i suoi occhi avessero iniziato a essere pesanti, un velo a coprire la pupilla veloce. Era nato povero e misero era restato per tutta la vita. Ma non era mai stato solo.Guardò sua figlia. Guardò i pennelli che aveva salvato dall’incendio della sua casa, dieci anni prima. Sua figlia adesso era vecchia, i pennelli no, mantenevano lucentezza ed elasticità. Erano i suoi compagni, erano per lui genitori e figli, luce e ombra, sorriso e desiderio.Accese l’incenso. Disegnò veloce un esorcismo quotidiano, il divino nisshinjoma, che sperava gli avrebbe dato ancora un po’ di tempo. Ne venne fuori un piccolo leone cinese, che mise tra i due bastoncini rituali.“Ancora un anno” pensava. Lo chiedeva agli dei da tanto tempo, da quando si era accorto di invecchiare. Tirare avanti, dilatare il tempo concesso dal cielo. Per imparare e migliorare. Per trovare una sfumatura di blu inedita o una veduta del monte Fuji che fosse del tutto diversa dalle altre già immaginate.Riuscì a sistemarsi sulle spalle una vecchia coperta, prese il disegno a cui stava lavorando e intinse il pennello. Quella vecchia tigre non camminava: stava volando via. Quando arriva, la tigre di nascita cammina; quando parte, la tigre di morte vola. Fu un pensiero lieve, questo, che gli mise addosso una grande voglia di dipingere. Il movimento era aggraziato, il colore dorato, i fiocchi gelati sembravano veri. Manji, vecchio pazzo per la pittura: così decise di firmare il suo ultimo dipinto, prima ancora che fosse terminato. Non era pronto, però: mancava qualcosa. Si agitò in modo impercettibile, insoddisfatto.Cominciò a vedere il buio dopo le ultime pennellate date ai cespugli innevati. Si stupì. “E’ questa la morte?”, si chiese. Poi tornò la luce che gli fece pensare di essere salvo. Vide la figlia, in un angolo, che piangeva.Faceva freddo e avevano fame, perciò pochi giorni prima era uscito in strada per cercare di vendere alcuni disegni. Non credeva che ciò gli potesse procurare tanta stanchezza, tanto gelo. Provò vergogna per aver adoperato le ultime forze in una fatica così vile. Avrebbe potuto disegnare un’altra scimmia scaltra, invece. Chiuse gli occhi per vedere se il movimento gli riusciva in modo volontario. Li riaprì. Respirò piano per il sollievo e strinse il pennello. Su un foglio di carta a parte scrisse un’ ultima poesia Anche se da fantasma me ne andrò per dilettosui prati d’estateCosa voleva dire? Perché aveva scelto proprio quelle parole? Rivide i fantasmi disegnati in passato, il demone della gelosia ghignante, il fantasma di Khada e quello di Oiwa. Ridacchiò pensando che quest’ultimo era solo la lanterna  che aveva visto prendere fuoco e accartocciarsi quando era bambino. Era già così potente, nel suo sangue, il colore? Non aveva desiderato altro che dipingere, non aveva amato nient’altro. Ringraziò nel profondo del cuore gli dei, che non lo avevano voluto contadino nei campi di riso. Quale condizione sventurata avrebbe potuto essere, per lui, quella di nascere mercante, ricco e benvoluto, ma senza la meravigliosa follia dell’arte? Cercò nel cuore la modestia ma il cuore gli rimandò l’immagine di una gigantesca pittura di Daruma, eseguita nel recinto del tempio di Gokuku, alla periferia di Edo. Erano solo lui, la sua pazzia, duecento metri quadri da dipingere con un pennello grande come una scopa e un barile di colore nero. Era accorsa una grande folla. Non c’era stata modestia, nel suo cuore, in quell’ora. E neanche il tempo per cercarla. Quelli del primo Daruma erano stati i giorni dei suoi quarantaquattro anni: non era ancora una tigre, e neanche un cucciolo di una tigre. Non era niente. Ma nel suo petto battevano già i cuori di tutte le creature che avrebbe illustrato, vere e fantastiche: quelli c’erano. Per loro aveva corso e corso e corso, e adesso era qua, con la caparbia volontà di vivere ma già per mano alla morte. Eppure avrebbe potuto ancora migliorarsi! Perché gli dei gli facevano proprio adesso questo torto? “Ancora un anno, ancora un anno …”, borbottò. Poi si assopì con un respiro che era un soffio pesante. La figlia gli si avvicinò e guardò il disegno della tigre. Guardò suo padre, seduto sulle ginocchia, tutto chino sul foglio, con il pennello ben stretto nella mano. La pesante coperta che si era messo sulle spalle, le impediva di vederne il viso. Era questa, la fine? Cosa doveva fare? Lo aveva amato e onorato per tutta la vita, e adesso era solo una vecchia silenziosa e spaventata, incapace di fare qualcosa di buono per lui.La mano del pittore si mosse e lasciò cadere il pennello di lato. Poi si strinse diventando un artiglio.La tigre nel sogno di Manji aveva il fiato pesante e il passo leggero, spiccava grandi balzi sulla neve e pareva volare. “Non mi avranno i cacciatori, non mi avrà la fame, non mi avrà l’inverno”, pensava avanzando nella tormenta “sarò io a decidere”. Si girò intorno cercando qualcosa che le fosse utile a compiere il grande salto. Vide il baratro e il grande cespuglio innevato che nascondeva alla vista un’altissima cascata.Sorrise la tigre, indugiando solo un ultimo istante.Sorrise Shunro, Sori, Hokusai, Taito, Itsu,Manji: i nomi di tanti uomini, per l’uomo che era pazzo per la pittura.La tigre saltò nel cespuglio, verso il vuoto, e con gli artigli trafisse le foglie tenere.Il vecchio pazzo, senza aprire gli occhi, intinse le unghie nella ciotola del colore verde e graffiò esattamente sul disegno, restituendo ai cespugli le foglie.Poi, insieme, da fantasmi, se ne andarono per diletto nei prati d’estate.  R.L. Hokusai, Vecchia tigre nella neve (1849)

Roberta Lepri


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