Poenta e osei: memorie di una bambina.

Bere, mangiare…Scrivere

 22064 poenta e osei alla vicentinaLa legna ardeva nel caminetto di pietra nera. Avrò avuto sì e no cinque anni. Ero tutta avvolta dal tepore del focolare crepitante, assorta nei miei enigmi davanti a un paiolo di polenta schiumante. D’un tratto, la nonna, tutta intenta a rimestare con vigore, mi aveva pregata di allontanarmi per evitare che qualche schizzo bollente mi ustionasse. “Nonnina, ma quand’è che posso provare a girare, allora?” protestai imbronciata. Non mi rispose. Era una fase delicata e tutto il suo corpo era impegnato nella lotta con quel bastone intriso di sudore e farina che a volte agitava per aria come un randello quando era arrabbiata col nonno. “Non se ne parla nemmeno, stellina. Non vedi che il mestolo è più lungo d te? Ne devi mangiare di polenta prima di arrivarci!”

 Di lì a pochi secondi, con un gesto secco e preciso, nonna fece scendere una lava morbida e fumante sull’asse di legno scuro posato sul tavolo. Morivo dalla voglia di ficcare le mie dita dentro quel ben di dio che mi ricordava un budino gigante alla vaniglia e così presi a soffiare come un mantice impazzito. Mi sembrava di aver messo la testa dentro il fuoco da quanto calore sentivo sulle guance. Puff, puff, ouf, fuuf.” Dopo neanche un minuto, dovetti scostarmi per il calore insopportabile. Per ora, quella delizia ignota era solo una landa rovente e proibita e io dovevo tenere a bada il mio languorino in qualche modo.

Avevo sentito dei colpi sordi sull’uscio. Mi avvicinai alla finestra che dava sull’aia. Il nonno era di ritorno dalla battuta di caccia. Dentro le tasche gonfie, aveva tanti piccoli uccellini morti e, in mano, un paio di lepri che agitava come trofei davanti al mio naso spiccicato sulla finestra. Avevo fatto un cerchio per vedere oltre il vetro appannato. Goccioline di vapore acqueo mi lacrimavano sul mento mentre piano piano una nebbia densa e improvvisa saliva dai campi e dai fossi cancellando ogni cosa. E anche il nonno, dopo poco, sparì dentro un colpo sordo di chiavistello.

Ascoltai i suoi passi decisi rimbombare in soffitta. Riconobbi il rumore delle cartucce che cadevano a terra. Le stava togliendo dalla carica, una a una, proprio con la stessa cura con cui aveva contato le povere allodole. Poi sentii che tornava giù canticchiando. Si fermò davanti alla specchiera a sistemarsi i baffi. Lo guardai in silenzio e osservai che dal taschino gli penzolava un fischietto. Ciondolava muto sul suo panciotto lucido. “Nonno, nonno, posso soffiarci dentro?” mi guardò con aria severa. “No, potresti soffocarti cocchina.” E per esaudire la mia curiosità se lo mise in bocca e iniziò a zufolare riproducendo un canto melodioso. Rimasi affascinata da quella musica irreale e, per un attimo, sperai che dentro le sue tasche almeno uno dei poveri uccellini si fosse salvato e avesse ripreso a cinguettare. Rimasi in attesa di vederlo librarsi nell’aria. Ma niente. Presto il canto si interruppe tra le risate fragorose del nonno. “E’ il richiamo per le allodole, sciocchina!” Fu la fine delle mie fantasticherie. Per consolarmi della delusione, tornai a controllare la polenta. Ormai s’era intiepidita sotto una crosticina appena dorata. Ci conficcai un dito mentre la nonna sferragliava alla stufa. “Attenta che ti vedo!” mi disse il nonno rientrando in cucina. Teneva tra le mani un bel bottiglione di Merlot. Il vino buono che teneva in cantina, quello fatto con l’uva del filare in fondo all’aia. Proprio lo stesso filare dove gli uccellini ,che ora sfrigolavano nella ‘tecia’ bisunta,  avevano piluccato allegramente gli ultimi acini di vita, ignari che di lì a poco sarebbero stati freddati nell’alba fioca dell’inverno.

Per un attimo, prima di mangiare, rimanemmo tutti in silenzio. Pensai che in fondo alla nebbia, sopra i tralci di vite, tutti gli uccelli ancora vivi stessero piangendo.

 Bea Ary

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