I limoni di Tora

Con tutto l’amore che P/Osso

limoniMia figlia entrò in agenzia e aveva qualcosa in mano. Ero di spalle, ma percepivo forte il suo sguardo supplichevole. Non volevo guardare, non volevo, perché sapevo che mi sarei sciolta in un mare di commozione. Ma lo feci e lo vidi. Quella cosa che aveva in mano, tutta nel suo palmo, era una piccola palla pelosa, della quale non distinguevo la testa dalla coda. Una palla pelosa e rossiccia. – Non mettermelo in braccio, no, non lo fare! – Così nasce un amore, a volte. Da un abbraccio. Aveva pochi giorni di vita quel cucciolo, ancora con gli occhi chiusi, che non sapeva neppure mugolare ma che si arrampicò, con tenacia, sul mio petto e si arenò sul mio seno. – Era in una scatola fuori da un negozio. C’era scritto “adottami”. Mamma, non ho saputo resistere. – E neppure io seppi resistere. Lo portammo a casa e, da quel momento, cominciò la nostra avventura con Thor. – Perché Thor? – chiesi a mia figlia. – Perché ha questi ciuffi fiammeggianti, come lampi di tempesta. Lui è il piccolo dio Thor canino. – E Thor fu. Finché non lo portammo dal veterinario. – E questa bella signorina come si chiama? – Signorina? Come signorina? Ma non è un maschio? Da quel momento divenne Tora. E da quel momento cominciò a diventare grande, grandissima, enorme. La piccola palla di pelo che stava in una mano era nata da un incrocio tra un maremmano e un pastore tedesco quindi, in pochi mesi, assunse le sembianze di un poney. Mangiava di tutto, con una preferenza speciale per i giornali e le scarpe. E le calze. Cambiammo casa, per poterle regalare un giardino. Distrusse anche quello. Lo scavò ovunque e ogni singola pianta si suicidò seduta stante pur di non subire l’irruenza di Tora. Lei ci portava a spasso almeno una volta al giorno. Solo noi, che nessuno osava avvicinarsi. Lei ci controllava. Stava sveglia finché non eravamo tutti rientrati e poi si piazzava davanti alla porta di casa. Tora non faceva la guardia, Tora badava al suo gregge. La portammo a scuola. Fu bocciata ogni volta. I suoi occhi però, quel suo sguardo sempre a punto interrogativo, con quella muta domanda stampata in fronte, un orecchio alzato e uno abbassato, erano irresistibili. Pareva volesse davvero una risposta e noi le parlavamo, come si fa con le persone, come se fosse umana.

Una mattina mio figlio mi chiamò. – Tora è morta. – E lo disse con un nodo in gola che arrivò a me, mi strinse e scese fino al petto, lì dove un giorno lei si era posata e aveva lasciato la sua impronta, per sempre. Uno spavento nella notte, disse il veterinario, e il cuore non aveva retto. Poteva succedere per quel genere di incroci. Lei aveva abbaiato però, aveva avvisato, aveva salutato in qualche modo.

La seppellimo al centro del giardino e sopra di lei piantammo un piccolo albero di limoni. Ora Tora, la distruttrice di piante, è un bellissimo albero che ogni anno, nel periodo della sua nascita, ci regala frutti stupendi e profumati. Nulla muore, tutto si trasforma.

Cetta De Luca

cane

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7 pensieri su “I limoni di Tora

  1. Giuseppe Pippo Visconti

    Quando Cetta condivise con noi le sue intenzioni di scrittura, Tora per me era solo un bel nome. Adesso che è diventata storia, storia fine e scritta senza fronzoli, anch’io sono diventato testimone di un amore, Per fortuna l’hai poi scritta! Bravissima Cetta De Luca 🙂

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