Monstrum monstro lupus

incuboLa mezzanotte è appena scoccata e mi sento rabbrividire.
Perdona la mia debolezza se puoi, caro mostro sotto il letto, ma sai meglio di me che di tutte le mie paure, il passare del tempo è la più terrificante: la sento sulla pelle ora più che mai, con l’assenza dei tuoi borbottii e il silenzio del tuo respiro. Sono dunque di nuovo sola, mio caro mostro?
No, non abbandonarmi alla solitudine proprio adesso, così vulnerabile. Consolami, rassicurami.
Dimmi che sarò felice, pur sapendo bene che io non sono fatta per la felicità.
Dimmi, tu l’hai mai vista la felicità? La gioia è forse mai riuscita ad attraversare la stoffa su cui dormo, per giungere dinnanzi ai tuoi occhi sempre vigili?
Sussurra, ti supplico parla, tienimi sveglia, mio mostro, perché per me non c’è via d’uscita in questo labirinto di tristezza. Non lasciare che mi addormenti.
Lo sai, in ogni mio sogno io mi vedo morire.

Ascoltati.
Quante cose non conosci di me, perché non le conosci di te? Che ne so io dei sogni? Io, che acquisisco di volta in volta la forma che mi dai; io, che potrei abbrancarti con un artiglio insanguinato, se solo fosse ciò che tu mi chiedi. Io, che potrei cantare alcune melodie, se solo non fossi così spaventata di sentire qualche cosa di rassicurante, una ninna nanna, una voce amica, un silenzio inaspettato.
Ma sei troppo occupata a temerti, per non temermi.
Sono stato il mostro di molti, poche volte l’amico di qualcuno. Proprio come la notte, a cui dai nomi strani. Proprio come la notte, che non ti sta davvero parlando.
E tu, dimmi, di chi sei stata il mostro?

Amico di pochi e mio unico compagno, ti ascolto, ti sento affaticato da parole vive. Troppo vive per essere ignorate e troppo vive per non chiedertelo: i mostri possiedono un cuore? Perché mi pare di udire il tuo, che palpita in questa oscurità. Proprio il tuo cuore, che dovrebbe ignorare sogni o sentimenti.
Ora ascolto me stessa, ma non avverto niente. Nessuna tempia che pulsa, o sangue che pompa nelle vene. Nessun battito che assomigli al tuo. E forse hai ragione, forse mi temo troppo. Ma ti sei mai chiesto il motivo? Ti sei mai chiesto perché ogni notte mi sveglio madida di lacrime? È la paura di un sogno, nel quale mi ritrovo a bere fiumi di sangue fino a soffocare. È il pensiero angoscioso che avrò ancora più sete al prossimo incubo, e che berrò insaziabile senza sentirmi abbastanza in colpa da ridestarmi. La terrificante convinzione che mi sveglierò con ancora il sapore del sangue sulle labbra e l’orribile consapevolezza che io sono dunque, il mostro di me stessa.

Hai un bel coraggio a dirmi tutto questo.
Un bel coraggio, sì, dal momento che sai bene come le mie parole siano in realtà le tue.
Guarda cosa mi stai facendo, sono un mostro in pezzi, quando dovrei essere un mostro che ti fa a pezzi. Sono sotto questo tuo letto, immobilizzato nel buio, e divento di volta in volta ciò che tu desideri. Queste visioni di sangue da inghiottire, questo terrore di desiderarne ancora, questi tuoi incubi, che sono i miei maledetti incubi! E ancora non so di chi sia la colpa, se di colpa si può parlare. Ancora non so quanto ci sia di mio in questa paura, quanto ci sia di tuo in questo buio. Ma guardami, non so nemmeno distinguere ciò che è mio da ciò che è tuo.
Smettila di tormentarmi. Lasciami dormire!
Chi sei tu?

Mio caro mostro, non è il coraggio, quanto la disperazione a farmi parlare. La tua stessa disperazione, l’ultima emozione che io riesca ancora a provare.
Sei davvero tu quella creatura così stanca? La stessa creatura che immaginavo avrebbe sguainato un letale artiglio di fronte a un mio desiderio? Eppure tremi, vuoi dormire… Dormi dunque se riesci, io non so dirti chi sono, ma dormi se puoi, mostro. Io credo che rimarrò sveglia, ancora per un po’.

Così a lungo mi hai tenuto in vita, arrivando persino a prenderti gioco di me.
Come può un mostro sopportare di farsi vedere così dalla sua vittima designata? Parli di artigli, quando ho soltanto unghie spuntate.
E tu che fai, ti fai beffe di me? Forse che il sonno mi ha già assalito? Forse, questa voce non sei tu, ma una visione del mio agognato riposo. Forse, tu sei l’incubo e io la vittima. Guarda, persino i mostri possono dormire, anche se non me l’aveva mai detto nessuno. Ma se questo significa dormire, allora desidero una veglia eterna, in un eterno buio.
A me avevano detto che c’erano il bene e il male, e tu eri il bene e io il male. E queste sfumature invece, questa impossibilità di distinguermi da te, che incantesimo è questo?
Ora, incubo, hai in mano la mia vita.
Ti prego. Falla finita in fretta.

Non sei il primo a chiamarmi incubo: una voce aleggia da tempo nel mio inconscio e mi seduce. Tenta di annientarmi, chiamandomi con nomi che a un uomo farebbero paura, e che a me invece portano solo sollievo. Chiamami folle dunque, chiamami incubo. Almeno ora so finalmente chi sono.
Avverto qualcosa: i tuoi brividi, la tua paura. Ma che mostro sei?! Vuoi dirmi che adesso temi l’oscurità? Proprio adesso, che a me sembra così calda e accogliente?
Che delusione che sei, che disappunto che provo!
Se solo tu fossi la metà del mostro che da tempo sta nascosto dentro di me, vi sarebbe forse un vero buio in questo mondo: persone squarciate da artigli e letti dominati dall’angoscia.
Che sensazione meravigliosa, invece: quel vuoto che sentivo prima, ora è riempito da una rabbia tutta nuova.
Dormi, mio mostro, se ci riesci.

La derisione degli incubi, a questo un mostro non può sopravvivere.
Mi hai messo sottosopra: chi avrebbe dovuto vegliare, ora sta dormendo; chi invece avrebbe dovuto dormire, ora è il crudele tormento. Vorrei andarmene, ma ora che hai scoperto la meraviglia di tormentare un’anima non credo mi lascerai fuggire così facilmente, vero? Non avrei dovuto cacciarmi in questo guaio, ma d’altronde, che destino può mai attendere un mostro, se non quello di diventare la vittima della propria vittima?

Caro compagno, lo senti questo suono?
La senti questa risata che sale?
I tuoi tremori sono diventati il mio divertimento preferito e le tue suppliche hanno per me il sapore di una provocazione. Ti condanni da solo, mio piccolo essere, giacché è proprio la tua paura ad animare questo mio istinto. Un istinto che batte nel petto, al posto del mio cuore.
Ma tu, davvero vorresti fuggire? Proprio ora che comincio a divertirmi? Ora che è sfatato il tuo mito e svanita la mia umanità?
Perché non resti ancora un po’?

Resto sotto questo letto, perché sono e rimango frutto delle tue paure. E la crudeltà che mostri, anch’essa è figlia della tua paura. Quindi certo, torturami e distruggimi se vuoi, ognuno è il mostro del proprio mostro.
Ma il destino davvero terribile è il tuo, mia cara succube di te stessa.
Io svanisco, perché sono frutto delle tue fantasie.
Mentre tu resti, perché sei frutto della tua realtà.
E questo buio resterà, e questo terrore, e la mia morte, così come la tua vita. E la notte resterà, e le sue ombre, così come la speranza che l’alba giunga in fretta. Da tutto ciò tu non puoi fuggire.
Che i sogni ci siano maledetti!

Rieccolo dunque, quel silenzio a me ben noto nel quale svanisci.
Dove ti sei nascosto, compagno di sogni?
È davvero questa la condanna a me destinata? Un mostro che vive nella mente di un altro mostro?
Ora che la mia sete non può essere più placata della tua paura, il mio stesso sangue è il suo nutrimento.
Riesci a sentire questo rumore? È lo sgretolarsi della nostra anima che ci trascina in un’alba che non è né buio né luce, né incubo né sonno profondo, che con crudeltà ci divide: porta te ad assaporare la luce e abbandona me a un destino di ombra.
Buonanotte, mio compagno, e addio.

Arianna De Rizzo e Riccardo Dal Ferro di :

fucina

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