Volevo un cane nero

capodanno cinesesIo gliel’avevo detto a mio nonno che quel giorno non ci volevo andare al ristorante cinese. Però non avevo insistito. Non che non mi piacesse andarci. Lì il cibo era appetitoso, anche se dal sapore tutto uguale, e a un buon prezzo, come si addice alle tasche di un pensionato come lui e a di uno studente come me.
E’ che io di cinesi in classe ne ho due, entrambi forti, simpatici. Magari parlano poco perché si vergognano a dire le cose con la “r” che poi viene fuori elle e tutti li prendono per i fondelli; però una cosa me l’hanno sempre detta : il giolno del capodanno cinese, stai lontano da listolante cinese. Il perché non me lo avevano spiegato bene, credevo probabilmente fosse roba che aveva a che fare con la magia, i pianeti, le stelle. E soprattutto i draghi.
E così, quel giorno che mio nonno venne a prendermi a scuola, con l’aria di uno che ti fa un piacere, e mi disse “andiamo al cinese”, proprio quel giorno i miei due compagni musi gialli non erano venuti a scuola. Tutti e due insieme, due in un solo colpo. “E’ per via del capodanno” aveva detto la sapiente del primo banco  “oggi loro festeggiano il nuovo anno”.
Mi opposi, è vero, al progetto del nonno, ma debolmente. In fondo, la nonna era morta da poco, il nostro vecchio cane Veliero l’aveva seguita subito dopo, e i miei genitori si stavano separando. Quale altro terribile prodigio avrebbe potuto portare nelle nostre vite andare al ristorante cinese nel giorno del Capodanno cinese?


Fin dalla mattina pioveva e c’erano lampi e fulmini ma io non avevo paura. La panda rossa di nonno Lorenzo procedeva nel traffico, tranquilla come quando c’era il sole. Il nonno aveva guidato un camion cisterna per tutta la vita. “Un bestione”, diceva lui tutto orgoglioso. Figuriamoci se poteva darsi pensiero per quattro gocce d’acqua e qualche tuono. Arrivammo così al ristorante Old China, il più vecchio e rinomato della nostra città, aperto già da venti anni. “E mai neanche una lavanda gastrica” scherzava il nonno ogni volta che ci andavamo. Ai suoi tempi non c’era mai stato niente del genere, e lui adorava le novità e tutto quel cibo dal sapore strano. Amavamo entrambi il pavimento di plexiglas che mostrava le vasche piene di pesci rossi: a lui sembrava di camminare sull’acqua come Gesù e non la smetteva un attimo di guardarsi i piedi per poi rialzare lo sguardo tutto soddisfatto. Amavamo anche le bacchette con cui avevamo imparato a servirci con abilità, e rifiutavamo con sdegno l’offerta delle forchette, che veniva immancabilmente proposta agli avventori non orientali. Ogni tanto all’Old China ci eravamo andati anche con la nonna ma lei invece pensava tutto il contrario, detestava il cibo cinese, e finiva per farsi portare, in grandi quantità e tra la costernazione dei camerieri,  solo il riso che gli altri mangiavano al posto del pane, condito con un filo d’olio. Praticamente un digiuno.
Il nonno parcheggiò diligentemente sulle strisce blu e scese con l’ombrello a mettere i soldi nel parchimetro, poi tornò a prendermi. La pioggia doveva aver scoraggiato tutti i nostri concittadini, perché il parcheggio era stranamente vuoto. Il nonno appoggiò il bigliettino con l’orario della sosta prepagata sul cruscotto, lasciando con la manica della giacca una striscia bagnata sulla plastica nera, poi fece il giro per venire a prendermi all’altro sportello.
Dentro il ristorante era tutto illuminato e pareva emettere un chiarore luminescente straordinario, specie se confrontato con il cielo grigio e piovoso di quel 23 gennaio 2012.
Provammo ad entrare ma la porta era chiusa. Il nonno sibilò una bestemmia maremmana tra i denti, rapida come una saetta e veloce come una staffilata. Non gli chiesi cosa avesse detto, altrimenti l’avrebbe ripetuta, magari con maggiore impeto. Sinceramente mi parve una reazione esagerata. In fondo me l’avevano detto i cinesi di classe mia, di stale lontano dal listolante cinese dulante il capodanno cinese. Avevano solo omesso di dirmi la ragione: semplicemente perché, essendo una festività, lo avrei trovato chiuso.
“Maremma schifosa” sibilò di nuovo il nonno con un’imprecazione gentile. Evidentemente, si era già raddolcito.
“Via nonnino” tentai di conciliare “torniamo a casa e facciamo due spaghetti al burro … qualcosa si troverà” Il nonno guardò la propria mano sinistra che si apriva e si chiudeva come se agisse per conto suo, svelando il motivo della sua rabbia. “E come ci andiamo a casa” chiese sconsolato “se mi sono appena cadute le chiavi della Panda nel tombino?”
Io non sapevo se mi veniva da ridere o da piangere. Casa nostra era dall’altra parte della città e di certo il nonno aveva lasciato il cellulare dentro la Panda.
“Il cellulare?…” provai a chiedergli io con poca convinzione. Lui scosse la grossa testa tutta piena di capelli e mormorò avvilito “… Maremma schifosa” Non sapendo cosa fare né cosa dire, io mi fissai un po’ a guardargli la chioma. Tutti i nonni dei miei amici – quelli che erano ancora vivi e non erano moltissimi – erano tutti pelatini, piccolini, un po’ curvi, sdentati. Mio nonno, invece, sembrava un super eroe solo un po’ vecchio, ma non molto, e aveva questa straordinaria capigliatura, tutta bianca e foltissima, che tra l’altro gli ricresceva talmente alla svelta, che ogni dieci giorni doveva andare dal barbiere. Una roba unica e inspiegabile: lo diceva proprio Luciano che glieli tagliava, e che era parecchio contento, perché nonno Lorenzo era una rendita fissa al dieci al venti e al trenta del mese; e anche un po’ invidioso, forse, perché lui era restato pelato come una palla a venticinque anni e amen.  E dunque mentre guardavo affascinato la criniera bianca bagnata del nonno, si aprì la porta e un signore cinese, sorridente e sorpreso, ci fece segno di entrare.
“Nessuno deve lestale fuoli dulante il capodanno. Tutti accolti, tutti dentlo! Venite!” A noi non parve il vero ed entrammo nel locale.
Dentro l’aria era calda e un po’ fumosa, quasi ci fosse una nebbiolina celeste. C’era un forte odore speziato, dolce e un po’ pungente, come di brodo ristretto e chiodi di garofano. Quest’ultimo mi ricordava quello che sentivo di solito dal dentista, perciò lo stomaco mi si contrasse in una fitta involontaria di spavento.
Tutto era addobbato con lanterne colorate di carta; alcune appese per aria, altre appoggiate sui tavoli. Le stoviglie parevano d’oro e i piatti erano decorati con smalti azzurri e rossi. Non avevo mai visto tanta ricchezza su una tavola. Ma la cosa che mi colpì di più fu l’immagine che campeggiava sul muro dietro al posto del capotavola: un enorme drago verde e nero, con le narici dilatate, fumanti e frementi, lunghissime unghie e strani baffi da pesce gatto.
I miei compagni di scuola saltarono fuori all’improvviso dalla cucina, portando tutti allegri dei piatti che sistemarono sui vassoi girevoli in mezzo ai tavoli. Non sembrarono particolarmente sorpresi nel vedermi. Tutti compiti, fecero le presentazioni tra il loro nonno Chang e il mio nonno Lorenzo.
Era evidente che lì gli anziani erano tenuti in grande considerazione. I nonni erano stati messi vicini e nei posti più belli, quelli sotto al drago. Anche a casa nostra volevamo bene al nonno ma tra noi non c’era tutto questo rispetto formale. Qui tutti, invece, quando si rivolgevano all’anziano signor Chang, chinavano rispettosamente il capo, se pur di pochi centimetri.
Cosa si dicessero per tutta la sera quei due io da dove mi trovavo non potevo capirlo, però ridevano molto, e il nonno annuiva quando parlava il signor Chang e poi il signor Chiang rideva quando parlava il nonno. Oppure a volte sospiravano e lo sguardo gli diventava triste a tutti e due. Allora capivo che stavano in qualche modo ricordando le loro mogli, che erano morte entrambe. Io ero stato sistemato tra le madri dei miei compagni di scuola, le figlie del signor Chang, che erano molto curiose e cercavano di sapere tutto di me: quanto mangiavo e cosa; quanto studiavo ogni giorno; se praticavo sport oppure se studiavo qualche strumento musicale. Evidentemente erano avide di notizie e volevano fare confronti con il modo di vivere dei loro figli. Mi sentivo in una situazione imbarazzante, e prima di rispondere guardavo fisso i miei amici che erano seduti davanti a me, per scoprire da un cenno del loro viso se stavo andando bene o se invece con le mie risposte li stavo mettendo in qualche modo nei guai. Ma quei due parevano statue, dalle loro facce non traspariva niente, neanche la fame. Finalmente tutti i piatti vennero serviti in tavola e la famiglia si mise seduta al gran completo, anche due zie anziane che erano restate in cucina fino a quel momento e il cugino grande, addetto alle fritture. Mi piaceva molto vedere mio nonno che mangiava con tanto gusto cibi così diversi dai nostri. Vedevo in questo una forma di giovinezza e di allegria, e anche un grande rispetto per un mondo così lontano. Sapevo che il nonno non sarebbe mai diventato più vecchio di come era già, e che di conseguenza non sarebbe mai morto. Mangiammo a crepapelle, tra le risate di tutta la famiglia, che ci osservava mentre impugnavamo goffi le bacchette o mentre diventavamo rossi per via delle salse piccanti. Ogni nostra espressione veniva messa sotto alla lente di ingrandimento. Il nonno mi disse poi che questo non era per niente orientale e che di solito i cinesi sono riservati e un po’ schivi. Evidentemente, dovevamo essere piaciuti molto ai Chang. O forse l’Italia aveva cambiato anche loro.
Arrivò così il momento dei dolci, della frutta fritta e caramellata e dei biscotti della fortuna. Prima, però, l’anziano della famiglia tenne un discorso in cinese e chiese ai nipoti di tradurre per noi, perché era un ragionamento troppo “lungo e difficile”. I miei amici si scambiarono un’occhiata come a voler stabilire chi dovesse cominciare e fino a quando avrebbe continuato, prima di lasciare il posto di traduttore all’altro . Poi Alexi, il più magro, cominciò. “Inizia adesso l’anno del dragone” disse con voce grave “che porterà prosperità e fortuna … specie a coloro che sono a questa tavola” dall’allegra brigata partì qualche risatina soddisfatta. “Ci saranno grandi cambiamenti e prodigi. Nella nostra vita entrerà il fuoco e non avremo più niente da temere” Con un’occhiata Alexi lasciò il posto al pingue Jack, che seguitò con la sua vocetta un po’ lagnosa “Adesso dobbiamo lasciare la parola ai nostri ospiti, come prevede la buona creanza. Ci diranno loro cosa si aspettano da questo anno e cosa desiderano”
Era il mio momento. Non faccio per vantarmi, ma sono uno dei massimi esperti mondiali di dragologia e ho anche un libro apposito che mi regalò mia nonna prima di morire. Sulla copertina c’è incastonato un vero rubino che brilla come sangue di drago, e dentro contiene tutte le istruzioni per trovare draghi, allevarli, riconoscerli uno dall’altro. I draghi infatti non sono tutti uguali, ce ne sono di terra e di mare, verdi, neri, rossi e blu. Tutto questo lo dissi in piedi, con il fervore per l’argomento e la passione aumentata dal sakè che mi avevano versato di nascosto i miei amici, già che ero seduto lontano dal nonno.
Il signor Chang annuiva compiaciuto, lisciandosi la barbetta lunga e caprina.
“Da questo anno” conclusi compito come un avvocato che termina un’arringa particolarmente soddisfacente “mi aspetto solo cose belle, che il nonno stia bene, che i miei genitori non si separino e se possibile anche di avere un cucciolo tutto mio, che lo desidero da sempre … dicono che me lo comprano, me lo comprano, e poi non me lo comprano mai …” conclusi un po’ mesto. Partì un applauso che durò un paio di minuti.
Poi il signor Chang si alzò in piedi e la caciara smise di colpo.
Si allontanò e prese in uno stipetto un cestino pieno di uova. Non erano vere, erano piccole e fatte di pietra. Ne avevo viste alcune simili quando eravamo andati in gita a Volterra con la scuola. Forse i ragazzi cinesi le avevano comprate lì, e ora il nonno furbastro le stava riciclando. Mi porse il cestino e mi disse di scegliere. Io ne presi una nera venata d’oro. Era molto bella e solo a tenerla in mano mi sentivo stranamente felice. La rigirai e sotto notai il bigliettino adesivo e minuscolo “made in China”. No, non erano di Volterra. Magari non erano neanche di pietra. La nonna diceva che in Cina sanno fare solo cose di plastica. Però pesava. Ringraziai con molte cerimonie e me la misi in tasca. Era pesante e finì nell’angolo in punta alla tasca dei jeans. Arrivato a casa, misi l’uovo sul mio piccolo scrittoio e lo dimenticai lì, alla luce della luna che filtrava dalla finestra. Quella notte feci strani sogni. Mi pareva di sentire il rumore di qualcosa che si rompeva. Mi sembrava di sentire la faccia umida, come se una piccola lingua mi stesse leccando. Dovevo aver mangiato troppo dai Chang, perché avevo pure un gran caldo.
Al mattino aprii un occhio, e la prima cosa che vidi fu un piccolo occhio nero che fissava il mio.
Il primo giorno dell’anno cinese mi aveva portato la cosa che più desideravo. Non potevo sapere in che razza di guaio fossi andato a mettermi, desiderando un cane che era nato da un uovo di drago. Ma questa è tutta un’altra storia, e ve la racconterò un’altra volta.

Roberta Lepri

 

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7 pensieri su “Volevo un cane nero

  1. anna wood

    Io ero convinta che alla fine gli portassero uno stufato di cane come nel film di Fantozzi : l’amato Pechinese della Signorina Silvani Pier Ugo 🙂

    Rispondi
      1. beabea414

        Roberta sei stata brava anche a creare la suspense…aleggiava quel timore anche su di me… terribile…no, non ci voglio pensare! E pensare che sono vicentina!

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