La vita Agra

ImmagineNon fu così, ma così avrei potuto pensare e scrivere, dieci anni or sono la serata in casa del pittore con Ettorino e Carlone. L’avrei pensata e l’avrei scritta come un bitinicco arrabbiato, dieci anni or sono, quando il signor Jacques Querouaques forse non aveva imparato neanche a tirarsi su i calzoni. L’avrei fatto, ma mi mancò il tempo e mi mancarono i mezzi.
Datemi il tempo, datemi i mezzi, ed io farò questo e altro.
Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza.
E se proprio volete, ve li farò sentire tutti insieme, orchestrati in sinfonia.


Vi mostrerò il muso della tinca, davanti alla fiocina del sub, cinquanta metri sotto il faraglione, per dissolvere poi, lento, su quell’altro muso di tinca, quando lo aggredisce il raschietto del ginecologo.
Vi darò la narrativa integrale – ma la definizione, attenti, è provvisoria – dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, e tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dell’esercito, insomma interi.
Proverò a riscrivere tutta la vita non dico lo stesso libro, ma la stessa pagina, scavando come un tarlo scava una zampa di tavolino. Ricordo che dalle mie parti, appena faceva buio, dicevo allora, ma adesso sono poi ben certo che quelle parti fossero veramente le mie, e come e perché io dicessi parti, appunto mie, dopo il calare del sole?
Proverò l’impasto linguistico, contaminando da par mio la alata di Ollesalvetti diobò, e ‘u dialettu d’Ucurdunnu, evocando in un sol periodo il Burchiello e Rabelais, il Molinari Enrico di New York e il lamento di Travale – guata guata male no mangiai ma mezo pane -Amarilli Etrusca e zio Lorenzo di Viareggio.
Ma anche vi darò il romanzo tradizionale, con tre morti per forza, due gemelli identici e
monocoriali e un’agnizione. Il romanzo neocapitalista, neoromantico o neocattolico, a scelta. Ci metterò dentro la monaca di Monza, la novizia del convento di ***, il curato di campagna e il prete bello.
Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’a-mor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle.

Luciano Bianciardi, “La vita agra”

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