Quello di chi arriva e di chi parte

Bere Mangiare…Scrivere

VinSantoMio padre l’ho visto per la prima volta a cinque anni. Vedo solo lui, nel giorno che ritornò.
Saliva le scale.
Era facile la sua ascesa, ma potevo sentirne la gola secca: la polvere delle strade di guerra aveva costruito una barriera sia alla saliva che ai migliori pensieri del suo cuore. Non ricordava più il corpo di mia madre né quello delle amiche occasionali, portate di nascosto in sella alla sua moto rossa. Tra i fantasmi di una gioventù cancellata c’ero anche io, la figlia che aveva immaginato bella, sveglia e simile a sé, ma che aveva ormai smarrita nel ricordo di giorni che non sarebbero tornati. Avvertivo questa mancanza di dolcezza come un oscuro presentimento.
Era il cedimento della tenerezza di fronte alla guerra.
Ricordo però anche la mia eccitazione. Lo avevo sentito ancora prima di vederlo, attraverso la vibrazione della ringhiera, quel passo sulla scala a dirmi che la paura era finita.  (Incipit da: Un’infanzia di A.Bevilacqua)
Lui tornava, dunque.
La notizia lo aveva preceduto e ci aveva lasciato il tempo di preparare quella piccola farsa. Ognuno di noi aveva trovato il proprio posto in quel povero presepe vivente fatto sulle scale di casa. Tutti avevano preparato una parola, un’occhiata, un abbraccio. Tutti immobili a trattenere il fiato. Ma io ero piccola, né donna né figlia. Perduta forse per sempre. Cosa potevo contare?
Avevo appena raccolto nell’orto una dalia gialla, come un piccolo sole imbevuto della mia felicità e del mio spavento. Gliela dovevo consegnare come avevo visto fare a scuola, quando per le parate il direttore omaggiava le giovani maestre, che con una riverenza graziosa abbassavano gli occhi a terra e il cuore al cielo.


Sapevo che avrebbe salutato mia madre per prima. Da qualche parte della mente doveva avere ancora l’odore di quel corpo che aveva lasciato fresco di maternità e che ritrovava sospeso, teso allo spasimo. Cosa avevo io da offrire, al cospetto degli occhi del mio creatore? Non c’erano fiori tanto forti da resistere alla vibrazione della ringhiera e a quella delle nostre anime riunite. Il mio era un regalo ridicolo, lo avevo capito di colpo. Così ero corsa in casa, a cercare nell’ombra delle grandi stanze un dono appropriato o forse solo la fine di quell’assurda attesa.
Ero certa di essere sola. Il ticchettio della grande sveglia sulla madia mi rimandò all’altro grande avvenimento di quella stagione, la morte di Nello, il bisnonno.
Un vecchio che io avevo visto sempre vecchio e solo a tratti un po’ meno decrepito, con mani grandi da gigante, che inventava per me giochi di prestigio e apparizioni di confetti da cassetti odorosi di lavanda. Se n’era andato come un uccello enorme, con le ali piegate sul letto, girato di fianco, dopo un ultimo pasto di  brodo, che tutti noi avevamo seguito sbalorditi. Non aveva perduto neanche un po’ della sua autorità, era solo leggermente lontano nello sguardo. E nessuna goccia era caduta sul lenzuolo o sul cuscino dal cucchiaio leggermente tremolante, che sembrava piccolissimo nella sua mano enorme. E da ultimo si era tirato a sedere ancora più dritto, e rantolando aveva indicato una piccola bottiglia sul comò e aveva chiesto “quello di chi arriva e di chi parte”.
Era il vino che aveva vendemmiato l’anno in cui io ero nata, nel 1938.
Rimiravo ogni giorno con curiosità il liquido forte, vietato ai bambini, ambrato, misterioso e scuro, attraverso il vetro intagliato di quell’antica bottiglia.
Cercavo di ricordare quello spruzzo di buon augurio sulla mia pelle nuda di neonata, che dicevano mi avesse accolto alla nascita, per  rendermi così forte e sana.
E che mi avrebbe salutato alla partenza, come aveva fatto con il bisnonno.
L’odore affumicato del liquido si era impresso così forte nella mia mente!
Sapeva di legno di ginepro e mi aveva fatto bruciare gli occhi più di una volta, quando veniva chiuso il camino per dare il fumo ai grappoli dell’uva di Vernaccia, Malvasia, Greco e Trebbiano, appesi insieme ad asciugare, alle travi del soffitto o sui graticci.
“E’ il vino della vita e della morte. Per questo lo chiamiamo Santo.”
Me lo aveva spiegato Nello, ed era stato chiarissimo.
Cinque anni di invecchiamento e continui travasi da un caratello all’altro, di dimensioni sempre più piccole. Il ciclo della vita paziente.
Io l’avevo capita subito, l’importanza del vino.
Per questo avevo deciso che avrebbe accolto anche mio padre.
Anche lui arrivava dalla morte e tornava alla vita. Se lo meritava più di chiunque altro.
Intanto da fuori mi arrivavano le grida di gioia, i singhiozzi trattenuti, il rumore degli abbracci bruschi tra uomini. Perfino i sorrisi avevano un loro suono, sottilissimo e di vento. Dovevo fare alla svelta. Volevo vederlo anche io. Volevo portargli il mio dono.
Appoggiai la sedia alla madia del bisnonno ma la bottiglia di vetro lavorato non c’era più. Al lato del letto, con un bicchiere in mano, la bisnonna  mi guardava accigliata e sorridente. La madre di mio padre aveva avuto la mia stessa idea. Stordita e confusa, presa dall’urgenza di uscire e da quella, ancora più grande, di trovare un mio dono, scoppiai a piangere.
Lei annuì leggermente e versò nel bicchiere un po’ di quel vino che accompagnava le nostre esistenze. Me lo porse e io lo bevvi tutto insieme provando un brivido, ma senza riuscire a gustare il sapore dell’uva e del fumo, che tante volte avevo immaginato.
Poi riempì di nuovo il bicchiere, quasi fino all’orlo.
“Vai” disse “portalo tu al babbo”.

Roberta Lepri

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