Lettere dal mondo rovesciato

mondo rovesciato

PIROSCAFO ARDENA, 28 SETTEMBRE 1943
“Mia amatissima madre,
non temete per me. Iddio è stato clemente e sono salvo. O forse le Vostre preghiere sono così forti da riuscire a salire in cielo, fino ai piedi del Suo trono. Ricordate quello che mi dicevate da piccolo? Niente è impossibile. Adesso ne ho la prova. Sono vivo, mamma. Non un graffio ha macchiato di rosso la mia camicia e l’unico sangue che porto addosso sulla divisa è quello dei miei compagni, che ho veduto cadere uno dopo l’altro. Non ero pronto a questo orrore, madre cara. Voi non mi avevate preparato alla viltà, ma alla rabbia onesta di Achille e alle sue armi splendenti, che mi narravate la sera, da ragazzo, per farmi addormentare. Qui invece niente rifulge. Il nero dei tedeschi ha incupito ogni cosa, tutto è stato da loro offuscato. Senza giustizia, senza onore.
Dopo l’8 settembre abbiamo visto gli alleati nazisti trasformarsi prima in sospettosi nemici, poi in belve. Noi della Divisione Acqui abbiamo fatto la nostra scelta e non ci siamo arresi, questo forse lo saprete anche Voi. Perciò siamo stati braccati e presi prigionieri. Moltissimi di noi sono stati passati per le armi senza un criterio, senza un ordine preciso. Qualcuno ha deciso della nostra sorte, e non potevamo capire in quale modo. Perchè Marcello il panettiere sì, e io, inutile uomo di lettere, invece no? Servono i fornai, durante e dopo le guerre, servono moltissimo. Forse lui aveva un neo di troppo sul volto o il naso tristemente aquilino. Dovrei quindi ringraziarVi, madre carissima, per avermi donato questo bel naso diritto? Chissà. Mentre ci smistavano, i morituri da un lato e i prigionieri in partenza per la Germania dall’altro, io pensavo solo a mia madre. Qualsiasi cosa in me fosse stato degno di restare in vita, infatti, lo avevate fatto Voi. Io lo so.
Non temete, sto bene. La pazzia è venuta a visitarmi più volte, è vero. Ma io non le ho ceduto.
Ho creduto di non averne il diritto. Da bambino Voi mi avete insegnato a non fuggire, a restare saldo di fronte a coloro che si prendevano gioco di me. Ed è un gioco crudele anche questo, credetemi. Nient’altro. Noi, migliaia di marionette in attesa di un dispaccio, e il nostro Generale, capo delle marionette. Tutti ad aspettare un ordine: eravamo in guerra contro la Germania, adesso! C’era da vedere chi era più bravo a giocare. Ho visto questo, madre: il più bravo muore. Vince invece chi non rispetta alcuna regola ed è senza pietà. Ma adesso voglio salutarVi, pieno di speranza per la mia vita che spero possa continuare, anche tra le difficoltà, in qualche campo di prigionia in Germania. Parto adesso da Argostoli, la nave sta per salpare. Cercherò di tornare. Continuate a pregare per me. Con affetto, il Vostro Pietro.”

PIROSCAFO ARDENA, 28 SETTEMBRE 1943
“Fratello carissimo,
ho appena terminato di scrivere a nostra madre e spero che mi sia dato il tempo di lasciare anche a te un messaggio.
Non le ho nascosto niente, è una donna forte e non merita alcuna bugia. Ho evitato però di raccontarle cose che potessero farla disperare.
Sono scampato alla morte tre volte. La prima mentre mi trovavo in ricognizione nella campagna vicino a Megas Lakos, venti giorni fa, il giorno dell’armistizio. Eravamo stati inviati in missione insieme ad alcuni tedeschi del 201° Gruppo Semoventi d’assalto. Ero riuscito a entrare un poco in confidenza con alcuni di quei soldati, ma mi muovevo sempre con grande circospezione: sapevo che si trattava di delinquenti comuni, malviventi a cui era stata data la libertà in cambio dell’arruolamento. Durante una sosta i tedeschi si erano messi in contatto via radio con il comando. All’improvviso l’espressione del radiotelegrafista era diventata un ghigno feroce, e, mentre ancora stava ascoltando gli ordini, aveva iniziato a gridare “Italiani traditori! Italiani traditori!”
Ho saputo in seguito che pochi giorni prima aveva avuto una discussione con un nostro soldato per cause banali, e da allora era rimasto a ringhiare, aspettando solo il momento adatto per saltare al collo di qualche italiano.
Adesso ci poteva sbranare tutti: quello era l’ordine.
Aveva tirato fuori la pistola mentre aveva ancora alle orecchie le cuffie della radio, e aveva preso a sparare all’impazzata.
Tre dei nostri uomini sono morti subito. Un proiettile mi è passato vicino. Non ho avuto paura, ma solo perchè mi è stato insegnato a non averne. Il coraggio forse è diventato un’abitudine, un condizionamento. In quel momento ho pensato a nostra madre, a te, a Silvana. Non sono morto, quel giorno. Però sono diventato un prigioniero, e forse è anche peggio. Mi è morta l’anima.
Nella marcia di ritorno verso Argostoli mi hanno percosso più volte, prendendomi a calci. Credo mi abbiano rotto qualcosa, perchè sono tutto tumefatto dalla vita in giù.
La seconda volta che sono scampato alla morte è stato per via di uno scherzo crudele che ha voluto farmi il comandante tedesco, l’ Oberstleutnant Hans Barge, mio ex ottimo amico. Per mettermi paura aveva nascosto una vipera nel mio zaino, durante la trasferta dalla campagna ad Argostoli. Sapeva del terrore che provo per i rettili, tra i commilitoni ero diventato famoso per questo. Uno scherzo “innocente”, aveva poi detto in un italiano osceno.
E’ stato Luigi Di Meglio, a cui avevo chiesto di prendermi la borraccia, a morire al posto mio: solo, lontano dalla famiglia e tra atroci dolori.
Lo hanno abbandonato ancora lucido e con la bava alla bocca, mentre ci implorava di non lasciarlo solo. O almeno di ucciderlo subito, per impedirgli di soffrire in quel modo.
Loro si divertivano e ridevano di lui. Italiano vigliacco, dicevano.
Queste non sono persone, credimi. Ma lo erano invece fino al 7 settembre? Oppure noi eravamo ciechi, e ci faceva comodo credere il contrario? Eppure nessuno mosse un dito, quando in Italia vennero stabilite le leggi razziali. Nessuno dei nostri trovò niente da ridire, per le caricature ai giudei, per i divieti, per le umiliazioni che pativano.
E noi, dunque, cosa eravamo noi?
La terza morte scampata non te la racconterò. Non lo meriti. Ma ne ho ancora i segni delle ustioni sulla schiena. Ma c’è qualcosa che brucia anche di più. Di costoro noi siamo stati complici, capisci?
A volte la vergogna è così grande! Non ci pareva male, avere un ideale di grandezza. Non sapevamo che era solo una grande bugia. Ci siamo caduti tutti, come bambini. Affascinati dal mito, trascinati ognuno dalla forza dell’altro, dalla voglia di credere in qualcosa, dal miraggio che esistesse un uomo capace di guidare tutti quanti, uno solo. Un duce. E in nome di questa specie di infantile sicurezza abbiamo rinunciato alla libertà di pensiero, a quella di informazione, alla satira, al divertimento, al teatro, alla musica… Che errore straziante!
Ora sono costretto a odiare tutto ciò che credevo di amare. E come uomo ho disprezzo di me.
Che grande sollievo ho provato, nel sapere che ci eravamo alleati agli Americani, finalmente liberi! Liberi da noi stessi, sopratutto, come al risveglio da un sogno spaventoso, che proprio noi avevamo creato. Odio il fascismo e odio me stesso. Odio la vita che mi ha condotto fin qui, allo strazio di Cefalonia. Detesto essere ancora in vita. Hanno massacrato migliaia di noi. Non ci sono tracce, ma non ci sono più neanche i soldati. Ogni tanto il mare restituisce sulla battigia qualche dettaglio raccapricciante. I granchi hanno avuto un banchetto tanto lauto da non averne più voglia, infine.
E spesso qualcosa riesce a sfuggire al loro stanco appetito.
Se sopravvivessi, non credo avrei mai più la forza di fare una passeggiata in riva al mare. Perdonami fratello mio, se ti scrivo queste cose. Ho bisogno di parlare, di lasciare parole vere. Solo un uomo come te può leggerle e capirle.
Affiderò questa lettera al caporale De Sanctis. E’ forte come un mulo, ex campione di nuoto, e ha una figlia di due anni da cui tornare, che non ha mai visto. Mi fido di lui e della sua voglia di andare a casa. Io sono stanco. Tanto stanco. Se riuscirò a farti avere queste mie poche righe, allora capirai.
Se non tornerò, perdonami. E ricordami. Tuo affezionatissimo fratello,
Pietro.

PIROSCAFO ARDENA, 28 SETTEMBRE 1943
“Dolcissima Silvana,
No che non Ti ho dimenticata. Nella Tua ultima lettera me lo rimproveravi, e leggendola più e più volte riuscivo a immaginarti un po’ imbronciata a scrivere, seccata per le mie rare risposte e la cronica mancanza di tenerezza delle mie parole. Mi hanno educato così, adesso voglio rivelartelo. Non è mai troppo il rispetto, mai sufficiente la discrezione. Pensa che mai ho veduto mio padre baciare mia madre, neanche sulla mano. Eppure so che si amano.
Questo fa di me un uomo confuso, mia cara. Un uomo che da quando Ti ha baciata due anni fa non fa che pensarti. Mi chiedi se le ragazze greche sono belle. Come delle dee, mia adorata. E profumano di mare a tal punto che non è necessario neanche avvicinarsi a loro, per sentire il salmastro e le alghe. Ma sanno anche di terra e della fronda benedetta dell’olivo, che tanto ci ha protetto in questi giorni di guerra. Adesso sarai indecisa se strappare o no la lettera, lo so. Conosco i Tuoi impulsi. Amo la Tua anima un po’ selvaggia. Ma vorrai sapere anche come va a finire, perciò continuerai a leggere, e acquieterai l’ira, per arrivare a capire fino in fondo. Adesso per me è facile parlarti, non devo guardarti negli occhi. Non soffro di alcuna timidezza. La vita di un soldato è abbastanza difficile, e non soltanto per la solitudine. Mancano spesso gli spazi per pensare, la mente è tutta occupata da congetture. Se il nemico attaccherà, se sia meglio spostarsi, cosa accadrebbe nel caso in cui si venisse catturati. E questo forse è un bene, almeno non si pensa ad altro. I pensieri sull’incolumità di chi è restato a casa sono gli unici intollerabili, io trovo. Perciò li ho scacciati. Magari con le belle ragazze greche di cui ti ho scritto prima. Le ho osservate spesso, paragonandole a Te. Ho seguito la curva delle loro fronti, il colore degli occhi, i capelli spesso neri e forti. Nessuna di loro può stare al pari tuo. La Tua bocca è più bella, il tuo collo è più bello, le tue orecchie sono molto più belle. Adesso sono un prigioniero, sai? Per questo Ti scrivo. Ma non preoccuparti: sto abbastanza bene e tra poco partirò per la Germania. Sono su una nave, nel porto di Argostoli, aspetto di salpare. Con un po’ di fortuna, se la guerra durerà poco come si spera, ti riabbraccerò. Magari anche prima di fine anno.
Non voglio sapere niente di Te, anche se le domande sono tantissime. Voglio fidarmi di noi, delle parole che ci siamo scambiati prima della partenza, e farmele bastare per tutta la prigionia. Perciò non scrivere, non inviare lettere tramite la Croce Rossa. Potrebbero non arrivare e tu ti preoccuperesti. Pensami così, un po’ piegato in questa stiva di piroscafo, mentre al lume di candela scherzo sulla bellezza di donne che non sono te, e che mai arriveranno a esserti neanche lontanamente vicine nel mio cuore. Pensami mentre dedico a te questi momenti sospesi, in attesa degli altri che verranno, molto più belli. Pensami tanto. E quando sarà trascorso il tempo che riterrai necessario, smetti di pensarmi.
Tuo, devotissimo Pietro.”

* * *

La nave partì come previsto, dirigendo la prua verso sud. Era una giornata soleggiata e ventosa. Il mare schiumava bianco.
Una perfetto giorno di guerra sospesa, ideale per provare a riavvicinarsi a casa. Tutti gli ottocentoquaranta prigionieri italiani la pensavano allo stesso modo: la Germania non era così lontana dall’Italia e loro erano ancora vivi. Si sentivano euforici, nonostante tutto.
Il piroscafo Ardena era carico di prigionieri oltre ogni limite di sicurezza, secondo precisi ordini di Hitler e del generale Lanz. Le stive erano chiuse. Faceva un caldo terribile.
Qualcuno sentì un rumore secco, forse si erano incagliati. I primi ad essere investiti dal calore dello scoppio della mina furono i feriti, che si trovavano addossati alla parete esterna dell’imbarcazione in cerca di un po’ di refrigerio. Erano molto stupiti, mentre fondevano.
Quelli a cui restarono altri due minuti fecero in tempo a chiedersi a cosa fosse dovuto l’errore. Stavano in acqua, ma quello era fuoco.
Qualcuno provò a buttarsi attraverso una grossa falla, ma il mare respingeva chiunque. Prima doveva entrare e sfondare, e fare gli affari suoi. Poi dopo sarebbe tornato a riprendersi i settecentoventi che sarebbero restati lì, per adagiarli sulla superficie, a galleggiare come fiori recisi troppo corti, e restati senza stelo. Ora no, era troppo presto.
Pietro Ardenghi aveva appena finito di scrivere e aveva le lacrime che gli rotolavano giù, sul pavimento della stiva, come se si aspettasse qualcosa di veramente brutto. Non si dimostrò neanche troppo stupito per lo scoppio e le urla di terrore.
Guardò dritto in faccia De Sanctis, che gli porse la mano aperta.
E dentro quella grande mano lui mise tutta la vita che gli restava, mentre il mondo, all’improvviso, gli apparve rovesciato.

Roberta Lepri

 

Annunci

7 pensieri su “Lettere dal mondo rovesciato

  1. HomoSensuale (@homosensuale)

    “Voi non mi avevate preparato alla viltà, ma alla rabbia onesta di Achille e alle sue armi splendenti, che mi narravate la sera, da ragazzo, per farmi addormentare. Qui invece niente rifulge.”
    Mondi e il tempi che stranamente diventano tuoi anche se li hanno vissuti altri, mondi nei quali non è fondamentale rispettare la spazialità prossemica e puoi permetterti di abbracciare chiunque, anche figure che in realtà non ti vedranno mai… e non sai come mai confondi quella grande mano con la tua.
    Grazie

    Rispondi
  2. ketty (@kettydelbosco)

    una storia semplice che dà voce a chi non sempre ha voce.
    scritta in modo da farti sentire Pietro. Per questo voglio lasciare a Roby un pezzetto di qualcosa del mio cuore.
    Ho pochi ricordi tramandati della seconda guerra mondiale. Mio nonno, quello che conobbi, non la fece perché grande invalido dopo la prima e dopo la campagna d’Africa.
    L’altro mio nonno morì di arresto cardiaco per la malaria, non curata, contratta durante la campagna d’Africa. Mio papà quindi rimase (con due sorelle ed un fratello malato) con la sola mamma (adorata) da piccolo. Poi persero anche la casa, a causa dei bombardamenti. Io, da piccola, come tutte le bambine, ‘innamorata’ del mio eccezionale papà, non riuscivo a comprendere come fosse ‘sopravvissuto’ al dolore di vivere senza un padre.
    Papà ha raccontato sempre poche cose della sua infanzia in guerra, tranne la fame patita. Credo che abbia fatto di tutto, a modo suo, per proteggerci da ogni forma di ‘sofferenza’, riuscendoci. Perché sapeva sulla sua pelle (ebbe anche un’ustione) cosa significava soffrire profondamente. Adesso mentre scrivo lacrimo in silenzio ripensando ed anche sorrido perché mi viene in mente il legame speciale tra lui e mio figlio.
    E qualche giorno fa papà racconta di quella volta che era in treno con la nonna, andavano a trovare le sorelle a Monreale, e lui, che non voleva andare, scappò alla prima fermata del treno. La mamma gli corse dietro per riprenderlo, ed il treno fu colpito subito dopo da una bomba.
    Insomma sto qua per una ‘marachella’ di papà…da quante cose mi ha protetto in tutti questi anni.
    Ciao Roby, sempre bello leggerti

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...