La veglia delle minne

Bere Mangiare…Scrivere

minne di vergine - Monastero Benedettinio catania Dapprima era solo una sorta di impazienza leggera che coglievi nell’aria, quasi impercettibile, ma che poteva anche prendere forma, all’improvviso, nella stizza laica di mio padre che cominciava ad imprecare nel vedere mia madre affaccendarsi affannosamente per casa. Poi, si passava al nervosismo vero e proprio, nell’attesa pasmodica dell’evento cui bisognava prepararsi con religiosa cura ma anche con pacata rassegnazione. Come certe tribù aborigene all’approssimarsi dell’uragano. Si cominciava almeno una settimana prima, a fine gennaio, perché alla data fatidica tutto doveva essere pronto. Il compito più gravoso era il nostro: a noi, oltre all’accorata processione, in quella frenesia collettiva che è il rito della Santuzza, spettava, infatti, anche la responsabilità della sacra preparazione. Al ritorno dalla processione, infatti, dovevamo trovarle già belle e pronte: il rischio era di non ottenere la protezione annuale che da generazioni protegge le donne della mia famiglia. Un momento di pericolo c’era stato, in effetti. Da quando era morta la nonna, mia madre, infatti, che con l’arte culinaria era sempre stata in forte contrasto, usufruiva della sapienza di Donna Vincenza, vedova settantina, considerata da tutti un luminare nella delicata questione e che viveva due porte avanti. La nonna stessa, in punto di morte, riconoscendo la gravità del problema, ci aveva affidate alle cure della sua cara amica, la quale, non avendo discendenti diretti, aveva accettato l’eredità come un dovere istituzionale. Mia madre, dal canto suo, aveva deciso, dall’oggi al domani, di saltare il turno appioppandolo a me: la figlia maggiore. Sarei stata io ad adempiere agli imprescindibili e ineluttabili doveri religiosi, assistendo Donna Vincenza nella preparazione del dolce miracoloso.

L’ingresso della casa di Donna Vincenza dava su tre scalini che scendevano verso il basso, unica apertura, ad eccezione della finestra della stanza da letto, della piccola e lugubre dimora. Dentro si stava in una penombra appena illuminata dalla fioca lampada sul tetto e da un grosso lumino rosso alla base del gigantesco ritratto del cuore trafitto di Gesù che accoglieva, come monito, i rari visitatori. C’era poi il grande tavolo al centro e, proseguendo, salendo tre scalini, si giungeva alla stanza da letto che si intravedeva, dopo un breve corridoio, in una luce spettrale degna del cimitero di Spoon River. Donna Vincenza mi aspettava sempre il quattro febbraio nel primo pomeriggio: alta, imponente, vestita di nero con i baffi, il tuppo grigio scuro e una sorta di rassegnazione pacata sulle labbra chiuse. Di pochissime parole, appena arrivata, dopo essersi accertata che avessi lavato le mani, mi metteva subito un grembiule che puzzava d’aglio. Poi cominciava il rito. La tavola era già un quadro: da una parte l’arancia candita tagliata a pezzi, che la stessa Donna Vincenza aveva preparato durante l’inverno, la farina, l’orcio con l’olio, altri piccoli contenitori, la crema di ricotta. Poi c’era il cioccolato; quando non era già spezzettato, era un grosso cubo scuro e profumato. Questo era il mio primo compito. Donna Vincenza, senza parlare, mi passava la brunnia che mi serviva per rompere il cioccolato e io lo facevo a piccoli pezzi. Ogni tanto la guardavo per sapere se erano già abbastanza piccoli ma, quasi sempre, Donna Vincenza mi faceva un segno con il capo verso l’alto e con un suono palatale mi faceva capire che non era ancora abbastanza. Lei, nel frattempo, impastava la farina e l’olio per fare la frolla con colpi decisi del palmo dell’enorme mano callosa. Ogni tanto si sentiva da fuori qualcuno che abbanniava merce di vario genere. Per il resto, il silenzio era ritmato solo dal grande orologio di metallo chiaro sullo sparecchiatavola. Il freddo veniva combattuto, invece, con esiti incerti, dal braciere sotto il tavolo e, successivamente, dall’accensione del forno a gas. Quando l’impasto era pronto, bisognava metterlo in frigo per mezz’ora almeno e questo era il momento peggiore. Donna Vincenza, si asciugava le mani sul gigantesco grembiule e, sempre in silenzio, prendeva l’uncinetto e si metteva a lavorare seduta sulla sua poltrona fiorata. Poi, visto che la conversazione, a dir poco, languiva, ne prendeva un altro, già attaccato ad una piccola matassa, e lo dava a me indicandomi uno sgabello accanto a lei. Io, miope da sempre, nella penombra, poi, vedevo a malapena l’uncinetto e allora lo giravo e rigiravo avvolgendo il filo a destra e a manca, facendo finta di elaborare qualche faticosa catenella. Lei, ogni tanto, mi guardava e scuoteva il capo assumendo un’espressione severa e rassegnata. Poi si alzava e rigirava la crema di ricotta, già preparata in mattinata, aggiungendo le scaglie di cioccolato e i pezzettini di arancia candita. Ogni tanto, forse presa da barlumi di umanità latente, mi chiedeva se conoscessi la storia della Santuzza. Sull’argomento, io però, ero ferratissima, avendo ascoltato fin dalla più tenera età i racconti di mia madre sulla fanciulla vittima della bramosia di Quinziano, a cui avevano perfino strappato i seni, e avrei voluto esporre con dovizia di particolari. Ma lei mi interrompeva subito, come quegli insegnanti con l’alunno preparato, e annuiva dicendo: va beni, brava, brava!

Dopo la terribile parentesi dell’uncinetto, si riprendevano i lavori e veniva, finalmente, la parte che mi piaceva di più: qui la mia partecipazione era maggiore. La frolla, presa dal frigo, si stendeva con il mattarello e poi sulle formine di metallo ossidato che Donna Vincenza teneva nell’ultimo cassetto della madia, sempre pieno di farina e di strani utensili. Bisognava, infatti, rivestirle con la frolla e poi mettere dentro il ripieno di ricotta. Infine si chiudevano con un altro disco di pasta frolla tagliato con un bicchiere. Donna Vincenza mi guardava mentre ero affaccendata, ma stavolta con un’aria più compiaciuta. Io leggevo i suoi pensieri. Diceva: l’uncinettu non è cosa sò ma i minni i ppo fari. Poi lei prendeva la teglia e cominciavamo ad infornare le minnuzze di S. Agata. L’odore della cannella e della ricotta era fortissimo e a tratti inebriante. A questo punto il mio compito era finito, aspettavo che si uscissero le minne dal forno e poi, col beneplacito della padrona di casa, andavo via. La parte decorativa, infatti, era competenza esclusiva di Donna Vincenza, in quanto le minne andavano decorate almeno dopo un paio d’ore dalla cottura. Si faceva la glassa, si versava sopra e poi si aggiungevano le ciliege candite da porre, ognuna, al centro della soffice, rotonda minnuzza.

Le minne del 1976 furono memorabili. Donna Vincenza, in via eccezionale, mi chiese di tornare pure di sera: l’avrei aiutata nella decorazione finale. Lavorammo per qualche ora: avevo i polpastrelli rossi per tutte le ciliege candite che avevo riposto al centro delle soffici forme bianche come la neve, la tavola ne era piena. Giunsero a vedere lo spettacolo anche le mie sorelle e mia madre, estasiate. Le minne erano lì, trionfanti, su un gigantesco vassoio di alluminio. Donna Vincenza si era sistemata la poltrona fiorata con una coperta. Disse a mia madre che era per colpa di suo nipote Alfredo che una volta era piombato a casa sua, il quattro febbraio sera, con la solita richiesta di denaro. E mentre lei era affaccendata nella stanza da letto, lui si era fatto fuori quasi tutte le minne belle e profumate. Sacrilegio! Da quel momento in poi, ogni vigilia di S. Agata, le toccava fare la veglia. Non si sa mai, diceva, mio nipote ha la chiave, e poi, senza protezione, se una, entro sette giorni, non si mangia la minnuzza sono fatti suoi.

Noi, non abbiamo mai corso questo rischio: il giorno di S. Agata la minnuzza l’abbiamo sempre mangiata. Anche dopo che Donna Vincenza morì e suo nipote vendette pure la casa. Sia chiaro che le minnuzze le mangiano anche gli uomini ma per loro, non saprei ben dire quale parte anatomica possa beneficiare del sacro intervento. Certo, tra i cosiddetti uomini di scienza, qualcuno potrà storcere il naso come quella volta in cui mia madre, ormai avanti con gli anni, si recò dal ginecologo.

“Signora le ho prescritto una mammografia”, le disse, alla fine della visita, il medico, mentre scriveva sul ricettario. Mia madre, dopo essersi accertata di aver capito bene, spalancò gli occhi e saltò dalla sedia. Ma che cosa dici Dutturi? Ma cchi è pazzu? Rispose offesa. Poi prese con furia la borsa e prima di uscire, scandendo bene le parole, aggiunse: Io sono devota di S. Agata!

Ecco, io credo che a Donna Vincenza questa risposta sarebbe piaciuta proprio assai e quel giorno, al racconto di mia madre, la immaginai annuire con un lieve sorriso sotto i baffi, finalmente soddisfatta nella sua enorme poltrona fiorata, durante la lunga veglia delle minne.

Maria Luisa Florio

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