Incipit d’Autore: “Oltre il vasto Oceano” di Beatrice Monroy

Prologo

Oltre-il-vasto-oceanoE’ il 1519. Mexico.
Nei dieci anni precedenti c’erano stati molti prodigi: lingue di fuoco, un tempio colpito dalla folgore, comete, l’acqua dei laghi s’era messa a ribollire e così via. Chi li aveva vissuti, ne conservava memoria e li raccontava all’infinito, quasi per consolarsi e dare giustificazione ai fatti che ne seguirono. Perché, poi, questi fatti e questi uomini non erano stati annunciati, allora com’era stato possibile?
Era approdata dal mare una cosa spaventosa, enorme come una montagna, dal suo ventre era uscita gente pallida in volto, le mani bianchissime e lunghe barbe, coperta di vestiti colorati, strani cappelli luccicanti ornati da piume e in mano trombe di fuoco.
Questo fu riferito al nostro re, ma lui come poteva crederci? E se quello straniero che comandava gli altri, il Capitano, non fosse altro che il dio Quetzalcoalt? Il serpente piumato che porta la luce dell’alba e invece di sacrifici umani, chiede farfalle e uccelli? Ora Quetzalcoalt, come si sa, era stato sconfitto dal dio della notte e se ne era dovuto andare in fondo al mare, lì dove sorge il sole. Il re e tutti noi ne aspettavamo sempre il ritorno. I prodigi degli anni precedenti non erano forse un annuncio del suo prossimo arrivo?

Mandammo maghi e incantatori, sperando di raggelare il cuore di quegli esseri. Il nostro re era disperato e piangeva. Lui che aveva assoggettato tanti popoli, adesso si vedeva perduto e noi con lui. Non voleva parlare con il Capitano, il dio, perché ne aveva paura. Sacrificammo ventimila prigionieri in un giorno solo per ingraziarcelo ma il Capitano, il dio, sembrava non volere mangiarne il cuore, allora il nostro re disse di indagare sui sogni dei vecchi e impose il sacrificio degli scorticati ma, egualmente non se ne venne a capo.
Cosa vuole? Cosa vogliono questi? Non ci capacitavamo. L’oro. Ci facevano inginocchiare davanti a una grande croce, ci bruciavano i piedi e poi ci davano in pasto ai cani. Non avevamo più un capo. Di quelli avevamo paura. Volevano tutto. Cercavano sempre l’oro. Quando portammo loro i nostri abiti sacri non li vollero e fecero sacrilegio, ma allora il loro capo non era il Dio come diceva il nostro re Monctezuma? Lui ci fece piantare agavi sulle strade in modo da camuffarle e impedire a quegli esseri di raggiungere la nostra amata Mexico. Quelli non temevano niente, sradicavano le piante mentre degli animali mai visti, chiamati cavalli, ritrovavano il cammino.
Poi il giorno segnato nel loro calendario così, 12 novembre 1519, in cima alla piramide, il nostro re Monctezuma prese per mano il Capitano, il dio, e gli mostrò la città.
Il dio era ammutolito:
“…. sarà il Paradiso Terrestre?” Lo sentivamo sussurrare.
Li portammo a vedere le piramidi di teschi dei sacrifici umani. Il nostro re mostrò al Capitano i nostri dei. Ora questi era atterrito. Si guardava attorno cercando il conforto dei suoi compagni, coperto com’era, sudava. Grosse stille di sudore gli macchiavano le stoffe che gli coprivano la pelle biancastra, molliccia, piena di croste.
Dopo grandi battaglie hanno raso al suolo la nostra bella Mexico e lì hanno costruito la loro città .

Hérnan abita a Cuba, è un bell’uomo dal volto meridionale, occhi a mandorla, bocca carnosa, pelle chiara, barba bruna, viso intelligente e determinato. Ha trentadue anni. A diciannove anni è arrivato nell’isola dall’Estremadura. La famiglia è originaria di Monroy, paese di cui porta il nome, vicino alla città di Cáceres, nel cuore più selvaggio della grande penisola iberica; lontano dal mare, dai fiumi, in mezzo alla meseta. Lì, gli antenati del ragazzo, ai tempi della Reconquista, hanno costruito un imponente Castillo. Si sono fatti fama di grandi combattenti strappando le terre ai Moros. La Corona li ha ricompensati e le loro spoglie sono custodite nella cattedrale. Il padre di Hérnan, capitano di fanteria, ha sposato una Cortez imparentata con i Pizarro del vicino paese di Trujillo, e per motivi di maggiorascato, per accaparrarsi i beni della moglie, ha aggiunto al proprio nome quello della moglie. Di questo figlio ha cercato di fare un buon funzionario, l’ha mandato a studiare legge a Salamanca ma il ragazzo ha l’avventura nel sangue, preferisce seguire la moda del momento e, come tanti altri giovani, trova modo di trasferirsi al di là del vasto Oceano, a Santo Domingo dove si possono dominare tutte le isole dell’arcipelago.
Il padre gli dà i soldi per il viaggio e gli organizza incontri con i notabili locali, per il resto dovrà essere il ragazzo stesso a costruirsi il proprio futuro.
Cuba è piena di giovani cadetti di nobili famiglie che hanno lasciato la Spagna in cerca di una fortuna che in madrepatria è impossibile perché vige la legge del maggiorascato: i feudi sconfinati finiscono intatti nelle mani dei fratelli maggiori. Bisogna essere molto ricchi per potere permettersi di abitare a Madrid e fare la gran vita, perciò i cadetti lasciano la Spagna, alcuni verso queste nuove terre di cui si sa poco e niente, altri si arruolano per le campagne militari che nel vasto impero non mancano mai.
A ventisei anni, Hernan partecipa alla definitiva conquista di Cuba. Non c’è quasi resistenza, gli indigeni sono ridotti in schiavitù, il giovane diventa segretario del governatore Diego Velasquez.
Il papa Borgia, con un bel segno di matita, ha appena posto fine al litigio tra spagnoli e portoghesi per la definizione delle quote di proprietà del Nuovo Mondo: qualunque cosa ci sia lì in fondo, qualunque terra e popolo si incontri, da un lato sarà portoghese e dall’altro spagnolo.
Hernan, caballero estremegno, neanche un goccio di sangue judeo e men che meno morisco, si trova dalla parte dei più forti. E’ il tempo di agire. Di farsi avanti.
Per le sue ambizioni Cuba si rivela ben presto una mezza delusione, oro ce ne è poco, invece, oltre l’isola, in quel nulla sconfinato che nessuno conosce, cosa ci sarà mai? Si favoleggia di una terra immensa e perfino di un altro oceano ancora più vasto dell’Atlantico.
Ogni tanto parte una spedizione e così, per caso, viene scoperta una terra con grandi edifici in pietra. Gli esploratori tornano a Cuba fuori di sé, mostrano le pepite, i gioielli avuti in cambio di perle di vetro, raccontano cose mirabolanti, magnifiche, straordinarie, sono come impazziti. I giovani a Cuba, annoiati e delusi, li ascoltano, fremono dalla voglia di andare, di conquistarsi un posto nella storia e soprattutto un bel po’ di ricchezze per tornare in patria da padroni, andarsene a Madrid e fare la gran vita. Il governatore Velasquez non sta più nella pelle, vuole essere lui a mettere mano su tutte quelle ricchezze ma deve garantirsi il consenso del nuovo re, Carlo V, e, non essendo lui un militare, qualcuno deve andare per lui, agire in nome suo.
Hernan si fa avanti. Non ha dubbi, sa di essere l’uomo del momento, sa che la sua candidatura sarebbe bene accolta, non è mai stato un capo ma ha innata la capacità di creare attorno a sé un certo rispetto, la gente lo stima e lo crede capace di andare in quelle terre e vedere un po’ cosa si può fare. Velasquez invece teme l’arroganza e sicurezza di sé del giovane, non si fida ma, spinto da un coro unanime di consensi, finisce con il dargli l’incarico.
Hernan comincia a organizzare l’impresa. E’ subito chiaro, il giovane non vuole affatto organizzare una spedizione esplorativa, lui vuole conquistare le nuove terre, Velasquez ha commesso un grosso errore, adesso cosa succederà?
Il giovane ha la sfacciataggine di emettere un proclama: chiunque voglia andare con lui, riceverà una percentuale in oro, argento su tutte le ricchezze trovate. Chi vuole imbarcarsi s’impegni finanziando l’avventura, e gli amici si vendono le fattorie, gli schiavi, tutto pur di andare insieme a lui.
Hérnan sa tante cose, va a parlare con gli esploratori di ritorno dalle terre misteriose: gli indigeni di quelle terre non conoscono i cavalli, perciò decide di caricarne un certo numero sulle navi, questo procurerà loro automaticamente un grande vantaggio. In ultimo, comincia ad adornare se stesso in modo bizzarro, eccessivo, come un santo o un mago: piume sull’elmo, una catena d’oro al collo, un giubbotto di velluto ricamato d’oro e con una grande croce.
Niente è lasciato a caso: nel nome della Croce farà la Conquista.
La spedizione, contro il volere di Velasquez, lascia Havana il 10 febbraio del 1519, è composta di:
undici navi,
cento marinai,
trentadue lanciatori di balestre,
tredici moschettieri,
dieci cannoni,
quaranta cannoni piccoli,
sedici cavalli e poi palle di cannone, balestre, frecce e alcuni cani.
Dall’altro lato c’è ad attenderli una civiltà di venticinque milioni di persone.
Hernan Cortez, figlio cadetto della famiglia Monroy, dell’omonimo paese dell’Estremadura, piume in testa e una grande croce sul petto, va alla conquista di Mexico.
E sarà olocausto.

E’ il 1960. Palermo.
Il papà parte con la mamma e Gabriellina per il Messico.
Vuole vedere da vicino le terre di cui tanto si è narrato in famiglia. Io e Valentina andiamo dalla nonna a Caltavuturo.
Il papà, la mamma e Gabriellina tornano dal Messico.
Il papà e la mamma ricevono gli amici in salotto, lui ha girato filmini Super8 e scattato fotografie. Eccoli mentre si arrampicano su grandi piramidi di pietra, in testa portano bizzarri cappelloni. La mamma, come sempre, ha due tre cappelli uno sopra l’altro perché non sopporta il sole e rischia sempre il mal di testa. Gabriellina nelle foto è ritratta con Alberto e Augusto perché in Messico sono andati anche loro e ora ecco Gianna, la loro mamma ed è lei a casa nostra a raccontare storie buffe:
“Siamo entrati in un albergo e subito si sente qualcuno che grida, Alberto Monroy.”
“Io mi sono girato e…invece era un messicano che si chiamava come me.”

Andò il Cortez nella grande città di Monteczuma. Si presentò come amico. Gli aprirono le porte. Ordinò il massacro.
Passò del tempo e un cugino di Hernan si ritrovò in Sicilia.
Diede avvio alla storia della mia famiglia.

Sto seduta per terra ad ascoltare.
“E poi un poco si somigliavano.” Dice Gianna. Ridono tutti.
“Un po’ dello stesso sangue c’è…” Ribatte il papà mentre la mamma, che di questa storia non sembra compiacersi, cerca di cambiare discorso. Il papà si alza dalla poltrona e sbuffa con il suo fiato corto, malato.
Anche se poi finisce con il girarci sempre attorno, a lui questa storia lo innervosisce, non riesce a scherzarci su. Non sa quale sia davvero la parentela con quell’uomo di cui non vorrebbe vantarsi, conosce però per bene la storia della Grande Rovina della propria famiglia che si vanta di discendere da quell’uomo. Alberto sa di prima mano, per esserci passato in mezzo, le vicende di un gruppo di ragazzi che si trovarono a passare i lunghi inverni a Villa Ranchibile, alla periferia di Palermo, isolati e nascosti per vergogna della miseria. Sa però, anche, come proprio quella vergogna e quell’isolamento, si siano nel tempo trasformati in fortuna.
E questa è la lunga storia che vi narrerò.

Beatrice Monroy

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Grosseto – Venerdì 4 aprile ore 18.00 la libreria Mondadori di Corso Carducci ospiterà la scrittrice Beatrice Monroy che presenterà “Oltre il vasto Oceano” di Avagliano Editore.

A fare gli onori di casa, oltre alla proprietaria della Libreria Mondadori Federica Falconi, sempre molto sensibile ed attiva dal punto di vista culturale, la scrittrice grossetana Roberta Lepri che intervisterà l’autrice e parlerà di questo splendido libro candidato al Premio Strega.

Beatrice Monroy vive a Palermo, è drammaturga, narratrice, autrice di testi radiofonici per Radio Due ed ha già scritto diversi libri tra cui “Ragazzo di razza incerta”, “Niente ci fu” ed “Elogio delle donne morte”.

“Oltre il vasto Oceano” è un romanzo di memoria che scavalca i secoli e racconta l’ascesa e la rovina di una grande famiglia aristocratica a metà tra la storia e la leggenda. E’ anche però la storia di una città, Palermo, e di quella privata dell’autrice che diventano l’una parte dell’altra.

Un evento, quindi, imperdibile per tutti gli appassionati dei buoni libri e dei grandi autori.

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Un pensiero su “Incipit d’Autore: “Oltre il vasto Oceano” di Beatrice Monroy

  1. #svolgimento Autore articolo

    Ci sono libri necessari e questo di Beatrice Monroy è uno di quelli. Serve a capire meglio come la Storia non sia che un susseguirsi di sogni e grandi rovine, riesce a gettare luce – in modo nuovo perchè tutto è sospeso tra memoria famigliare e invenzione del Mito – sulle pagine di un Meridione di Italia abbandonato (da sempre) nelle comode mani di un’aristocrazia vorace e pigra, capace di mangiare se stessa come un cancro, e nel contempo di nutrire il malaffare di una mafia sempre più potente e sempre più protetta dai poteri “alti”. Un libro che è testimonianza e capacità romanzesca. Un colpo d’occhio potente, capace di trasportarci d’un balzo “oltre il vasto oceano”.

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