Le città

BellottoQuando penso a una città, penso a due tipi di città. Una città medievale, o appena uscita dal medioevo, senza troppe torri e con molti fienili. La gioia e la scoperta di vivere insieme sgretolano le mura e promettono traffici, commerci e prosperità. Non è necessario che la città sia costruita sulla cima di un colle o che i panni di chi la abita siano lavati in un fiume. In queste città i carri passano lasciando impronte e solchi nel fango, e la luce di un astro oggi così superfluo come la luna diffonde un chiarore pari a quello di decine di migliaia di lampioni a gas. E’ una luce che fa sospirare la malmaritata, e permette di stanare i ladri acquattati. Qualche volta fa scintillare nel buio una lama, non si sa di chi. Se poi la città è immersa nella nebbia e negli acquitrini, e attraversata da canali e navigli, allora le ronde di notte girano con fracasso in lieta mascherata. In queste città le epidemie, le guerre, le pesti, gli assedi e i saccheggi arrivano e se ne vanno come calamità naturali, piombando dal cielo come la grandine. Finita la burrasca, i carri ricominciano a passare lasciando impronte e solchi di fango. Se le città sono nordiche, qualcuno le percorre ugualmente a piedi scalzi come Moll Flanders per le vie di Londra. Oppure se ne può cogliere un particolare: una donna che bercia, due uomini avvolti nel mantello, un cane che si lecca. Allora ci accorgiamo che non stiamo pensando più a una città, ma stiamo guardando un quadro di Bellotto. Ed ecco che il quadro si confonde, si annebbia, investito da un vento che lo percorre da cima a fondo risucchiando tutte quelle immagini in una tromba d’aria. Quando la città ci viene restituita, essa è già diventata un luogo spettrale come il villaggio dei Demoni di Dostoevskij, la città nella quale penso di aver vissuto più a lungo che altrove.

Se penso a una città moderna, penso al momento in cui ci siamo accorti di una città moderna per la prima volta. Penso a una poesia di Baudelaire. E’ una poesia famosa. Parigi si sta svegliando, ma non è più la città di una volta. E’ un immenso opificio di esistenze agglomerate, affumicate e infelici. E’ una città industriale e operaia. Da questa città dipendono tutte le altre che io riesco a immaginare per lo spazio di un secolo, dal canto di quel gallo che lacera la foschia “ comme un sanglot” fino agli spari della seconda guerra mondiale. Città da grandi narratori, città anonime e misteriose, dove qualcuno poteva ancora camminare farfugliando con se stesso lungo il marciapiedi coi pantaloni schizzati di fango. Città mostruose e belle, angosciose e toccate da quella dolcezza, da quella letizia con la quale il volto della natura ci sorride prima di salutarci: Trieste, dove un inquieto giovanotto perbene zoppica sulle viuzze in salita e s’innamora della donna sbagliata; Buenos Aires, dove strani esseri, nel rione Palermo, percorrono labirinti e biblioteche e vivono fuori da tutto e al centro di tutto; New York, dove un omino col bastone celebra con grande ilarità la propria solitudine di piccolo ebreo anonimo e escluso. Da queste città, a poco a poco, sono andati scomparendo i tetti. Inoltre queste città non sono più città da narratori. E’ arduo prestare credito a qualcuno che ci racconta oggi di un altro che prende il tram o che guarda lo scorrere di un fiume appoggiato a un parapetto. Non si prova più alcuna gioia a prendere il tram nelle città di oggi né a sedersi sulla panchina di un parco: quella gioia sottile, solitaria, che può coesistere anche con la più nera delle disperazioni.

Le città antiche e le città di oggi non rientrano nei miei schemi immaginari. Le città antiche le lascio volentieri alla loro noia tutta egizia o tutta persiana. Delle città di oggi non penso nulla perché è finito il tempo in cui una città poteva essere colta in un momento d’indolenza o di riposo. A occhio e croce, direi che tutte le città di oggi assomigliano molto a dei garage, spesso improvvisati, o inadatti a contenere tutti gli autoveicoli in manovra o in parcheggio. Penso infine che dalle città di oggi bisognerebbe fuggire, e andare a vivere in campagna. Ma vivere in campagna oggi non è vivere in campagna, è solo sfollare lontano dalle città. E quando le città sono bombardate, molti non possono, o non se la sentono, di abbandonare la propria casa e il proprio lavoro.

Cesare Garboli da Com’è bella la città, Torino 1976

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