Marcellino mare e vino

Bere Mangiare…Scrivere

foto5Ben si annunciava da lontano la bianca Rosamaria al rientro da fruttuose pesche notturne, nonostante risultasse bassa sulla sua linea di galleggiamento, per via della grande bandiera brasiliana issata sulla cabina di prua; stravagante o no, era questo il rito con cui mio nonno Nicola, siciliano di mare, gemellava senza frivola modestia la bravura dei verde-oro del pallone con quella sua di pescatore.  In certe giornate troppo luminose perché potessi resistere, sfuggivo a mia madre e alla scuola e andavo ad aspettarlo fino a metà molo per godermi quell’ultimo miglio del ritorno, e cominciavo a salutarlo senza che ancora lo scorgessi davvero, tanto lui avrebbe potuto vedermi anche da Ustica, con quella vista da gabbiano che gli arrivava all’orizzonte.

– Nonno, come è andata? Che cosa avete preso?

Senza che davvero mi aspettassi una risposta, saltavo sulla barca prima ancora che fosse ormeggiata del tutto, e scostando le cassette già impilate, aspiravo la striata freschezza delle triglie di scoglio e quella nera delle seppie, annegate nei loro stessi scarabocchiati umori, spiando con curiosità crudele, per un istante che poi mi rimaneva dentro troppo a lungo, il respiro di pietra degli scorfani bruni ancora agonizzanti.

– Piano figlio mio, piano! Così me li fai scappare tutti!

La ripeteva spesso quella semplice battuta, e adesso capisco come, più che per me, la dicesse per la gente che si radunava attorno al punto di approdo, pigiandosi anche un po’ per assicurarsi il pesce migliore, mentre il marinaio di bordo lo divideva per specie e dimensioni dentro le cassette, allineandole poi sul bordo della banchina.

– Nonno …? – gli rammentavo a bassa voce strattonandogli i calzoni.

– Certo che ci pensai, Marcellino! – rispondeva piano pure lui, indicandomi una cassetta verso il fondo della barca, in cui di certo era riposto qualcosa di particolare per il pranzo o per la cena di quel giorno.

Ed eccolo, arabo perfetto nel magnificare il suo pescato, padroneggiando con grande abilità ogni trattativa, tranne con chi sapeva un po’ in difficoltà, e che sembrava lì solo per la curiosità di vedere arrivare una barca, mentre invece bighellonava fino all’ultimo lì attorno, senza dire una parola, senza mai alzare lo sguardo sul suo viso.  Si risaliva poi insieme la banchina e la breve salita che separava la caletta dalla piazza, lui a grandi passi con le cassette del pesce sotto braccio, io che faticavo a stargli dietro, correndo o riprendendo il fiato, fiero come se sfilassi, come se tornassi anch’io dalla pesca, col suo cappello di paglia sulla testa.

– Marcellino, oggi bianco, stasera abbiamo le cicale!

– Vado dallo Zì Pasquale?

– No, dalla zia Rosetta! Ci sta meglio quello secco!

E Marcellino correva a prendere il vino, salendo dal mare. Me lo ricordo sempre allegro il nonno! E quieto! E anche quelle poche volte che si incazzava con mio padre, o anche con mia nonna, lo faceva con la tranquillità di chi è sicuro che dopo un po’ tutto sarebbe tornato sereno. Una felicità di fondo, figlia di quel suo andarsene e tornare da quella infinita superficie blu che solcava ogni giorno, senza che il mare ne serbasse mai traccia o rancore. Una storia vecchia, del mondo di prima. Diversi anni dopo, andato in disuso il porticciolo per via della costruzione della grande banchina esterna, mio padre rilevò la vecchia rimessa delle barche, e al culmine della spiaggia, proprio sotto il belvedere della piazza, aprì un locale; niente di che, un bancone con la macchinetta per il caffè espresso e sei o sette tavolini dentro, ma con la bella stagione, nello spiazzo davanti all’ingresso, nelle sere in cui lo scirocco non era tanto prepotente da portarsi appresso anche le tovaglie, in molti cominciarono a venire per mangiare il pesce fresco. A grandi caratteri azzurri dipinti a mano su una tavola bianca, glorioso residuato della Rosamaria, senza tanti giri di parole mio padre scrisse “Al porticciolo – Specialità frittura di pesce”; per conto mio fissai sul muro ruvido una grande bandiera del Brasile, tanto erano sempre loro i più bravi, e magari avrebbe portato bene pure alla trattoria. E’ stato divertente, per me e mia sorella, crescere in mezzo a quei tavoli; uno d’angolo, un po’ discosto, fu eletto da mia madre a nostra esclusiva proprietà, tranne che a cena naturalmente, e ci accompagnò per un bel pezzo della nostra strada, dai Lego alle frazioni, dalle aste alle tesine. Quanta gente ho visto passare qui dal locale, che si capiva subito cosa sarebbe diventata da come stava a tavola; facce giovani divenute adulte, le rivedo come su quei libretti animati di una volta, che si sfogliavano velocemente per vederne muovere i disegni tratteggiati su ogni foglio. E adesso, dopo un altro passo nel tempo che mi è parso un po’ in salita più che in avanti, libertà è trovare un momento per sé stessi! E’ quando, in barba a tanto pesce, io e mia sorella Rosa, ospiti del nostro vecchio tavolino, ce la spassiamo un po’ con i fiori di zucca; serviti caldi e asciutti, l’anima violata da un frammento di acciuga e consolata con una carezza di fiordilatte, richiusi e rigirati in una candida pastella, fritti a quattro o cinque insieme per mantenere l’olio caldo al punto giusto, e adagiati infine sulla carta, per dare a loro e a noi una falsa idea di leggerezza.

– Vogliamo provarci un rosso? – mi chiede Rosa, inaspettatamente.

– Un rosso, ma come? Ti è già venuto a noia questo gran bianco, dopo averlo cercato per così tanto tempo?

– Per niente Marcello, ma nonostante ciò, e forse proprio per questo, vorrei provare ancora, e credo proprio che mi ringrazierai! Eccolo qui, leggero di collina e fresco di rocce, ma anche con un certo suo caratterino preso dal vento di lassù.

Più tardi, tra i tavoli,  è buona cosa dispensare dei sorrisi; convincere Marione, vecchio amico mio, che non è la quantità di nessuna cosa al mondo che potrà mai soddisfarlo, congratularsi col vecchio professore di italiano per le sue ottime scelte, e non solo in fatto di libri, o servire con accorta discrezione la coppia del tavolo tre, che viene tutti i martedì, mano nella mano e con la testa persa chissà dove.

Non è forse questo, infine, lo scopo ultimo di un buon ristoratore?

Una sola cosa ancora, poi dovrò andare: quando è stagione, nel menù c’è una voce che non deve mai mancare, anche se dicono che sia soltanto per mia soddisfazione personale.

L’altra volta per esempio …

– Marcellino, che vino ci fai bere questa sera?

– Oh dottor Gambino, vedo che ha ordinato le cicale di mare! Ci penso io, le porto un bianco secco,  elegantissimo, che è la morte loro!

Pippo Visconti

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9 pensieri su “Marcellino mare e vino

  1. raimondo.q

    Quando leggo “i fiori di zucca; serviti caldi e asciutti, l’anima violata da un frammento di acciuga e consolata con una carezza di fiordilatte”, io mi commuovo. E mi piace molto come hai tratteggiato la figura del nonno pescatore, rassicurante ma determinato nelle sue trattative levantine, che si porta dietro un profumo di mare e di cose buone. (emoticon in pastella)

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    1. Roberta Lepri

      Sa di mare e di vino e dunque di sale e terra, in un connubio perfetto. E’ un piacere ascoltare una lingua così pulita e inseguirla in una memoria così lucida. Un racconto che è insieme saga famigliare e specchio di tempi trascorsi ma non del tutto passati. Veramente bello.

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    2. Pippo Visconti

      Ti ringrazio Raimondo. Sono lieto che tu abbia gradito il mio racconto. In effetti la figura del nonno e la ricetta dei fiori di zucca sono per me centrali nella storia.

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  2. Adele Musso

    Gli umori scarabocchiati delle seppie sono un’immagine a mio avviso molto d’effetto. Il pezzo è bello, molto isolano, c’è il nostro mare, il nostro cibo. L’amore che lega tutto, Bravo Pippo.

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  3. Roberto Guida

    Complimenti davvero! Un bel racconto breve con spunti poetici che si lascia leggere suggerendo immagini e, perché no, profumi. 😉

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