Figlia di una ciambella

Bere Mangiare…Scrivere 

ciambellacopiaAvrò avuto sette anni e mi arrampicavo con difficoltà sullo sgabello alto di legno che stava dietro la vecchia cassa del bar, a fianco del registratore c’era il distributore automatico di gomme da masticare, gigantesco e inespugnabile, che se ci mettevi dentro una monetina da dieci lire, ti sputava fuori quelle palline colorate non più grandi di una ciliegia e dure quanto i loro noccioli. Austero e ineffabile sembrava indovinare i miei pensieri e farsi beffe di me, trasparenti e vorticosi i suoi scivolavano verso il basso, altrettanto vorticosi i miei aspiravano ad altezze apparentemente inarrivabili. Appena seduta anche se in bilico mi ancoravo alle maniglie di ferro dei cassetti, in quello grande ci mettevano i soldi ed io non lo toccavo neppure, il mio obiettivo era un cassettino laterale e profondo, dove nonna teneva la scorta delle chewingum ed io furtiva era là che tuffavo la mano. A distanza di anni rivedo la manina sparire nel colore, nella consistenza del desiderio di possesso giocoso.

 Credevo di essere furba, che nessuno facesse caso a me, resistevo persino alla voglia di masticare subito quelle rosse che secondo un ragionamento basato esclusivamente sull’attrazione cromatica ritenevo più buone, riempivo invece, ma senza esagerare le tasche del grembiule blu che non mi ero neppure tolta e insieme alla polvere e ai gessetti rubati a scuola nascondevo le palline colorate. Vocazione da ladra? Forse o semplicemente calamitata verso tutto ciò che gli adulti t’impediscono di avere nelle quantità che tu desideri. Quando sei piccino, hai sempre fame e sete di vita e c’è sempre uno più alto e vecchio di te che ti vieta qualcosa e che t’insegna il gusto del proibito.  E tu del gusto del proibito cominci ad avere un’inspiegabile e inesauribile fame.

Io in realtà sono venuta al mondo a causa del sapore di una ciambella con lo zucchero, di quelle con il buco al centro, che se le mordi ti s’imbratta tutta la bocca e poi devi tirar fuori la lingua per recuperare i granelli, perché del dolce non si spreca nulla, per l’amaro c’è tutta la vita davanti. Di quelle ciambelle che lasciano un’impronta oleosa sulla carta leggerina e inutile con cui te le porgono, l’olio ci passa attraverso e ti sporca le mani piano piano, ma te le sporca.  Ma tanto io ho il mio grembiule scuro me le asciugo addosso di nascosto e le macchie non si vedono.

Nel mio DNA ci sono oltre alle catene desossiribonucleiche con quelle eliche che non mi sono mai entrate in testa tanti granelli di zucchero e gocce d’inchiostro e di caffè.

Il mio futuro padre entrò nel bar dei miei nonni per berne uno bello forte come si fa al Sud e vide quella che sarebbe divenuta mia madre. Erano gli anni sessanta un bar in un quartiere popolare senza grosse pretese, nel laboratorio attiguo mio nonno preparava dolci e gelati, ma il cavallo di battaglia era il caffè. Quel giorno, al bancone giusto dietro un grande vassoio di ciambelle, c’era una ragazza alta e bionda non potendo chiedere lei il giovane chiese una ciambella e dimenticò del suo espresso e del resto della sua giornata che a quei tempi non è che avesse tanto da fare, c’era il tempo di innamorarsi e di sedersi a un tavolino di quelli mica alla page come oggi. No, di quelli scrostati con le sedie di legno scompagnato. Quello stesso tavolino dove la mia futura inconsapevole madre sedeva a scrivere e a disegnare con il suo sguardo miope, che non si sarebbe messa gli occhiali neanche se la costringevano, che non se li mise neppure quando sbagliò autobus perché confuse il numero e si sarebbe persa se l’altra sua amica cecata non avesse chiesto all’autista se questi non avesse sbagliato strada. E’ il bar di mia nonna, una signora burbera dai capelli folti che si ostina a tingere di nero che tiene testa a qualsiasi uomo e che non voleva per niente che mio padre sposasse mia madre, ma anche lui era un tipo ostinato. Lei è quella che mi lascia fare i compiti seduta al tavolino che è sempre lo stesso appena un po’ più sciupato ascolta le mie storie e le mie fantasie, e non si annoia mai, che fa finta di niente se io rubo le caramelle, ma che diventa una iena se qualcun altro prova a fare il furbo con lei. Io sono la piccola peste curiosa che legge, scrive, ama sono un po’ anche figlia sua, sono figlia di una ciambella.

Adele Musso

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6 pensieri su “Figlia di una ciambella

  1. raimondo.q

    A cominciare dal distributore di gomme da masticare colorate, mi è piaciuta la ricostruzione di questo bar d’altri tempi, che immagino un po’ fumoso e in penombra, con la tenda cacciamosche a nastri di plastica. Molto romantica la storia della ciambella, che percorre in poche righe tre generazioni. (emoticon col buco)

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  2. anna wood

    Adele! Anche io impazzivo per le gomme rotonde dentro il ditributore con il contenitore in vetro e la base di ferro colorato.
    Deliziosa questa storia come tutte quelle che ci racconti !

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  3. Barbara

    Mi è venuta un’irrefrenabile voglia di mettere le dieci lire nella fessura girare la rotella e infilare le dita nello sportellino di ferro per tenere di nuovo tra le dita quella pallina di cicles !!!

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  4. danirito

    Che bella storia ……. mi hai fatto rivivere tratti della mia infanzia dimenticata ….monetina giro di manopola e giù ……le palline colorate……

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  5. clotilde

    Cara Adele leggerla questa storia mi è piaciuta tanto. Perchè ogni dettaglio apre tante porte. Dentro c’è vita, una storia di vite che si incontrano e mettono insieme: zucchero, matite e inchiostri. Una allegoria leggera di questo scrivere, bere e mangiare. Ma soprattutto un passato che ha l’iniffabile del ricordo, e soprattuto una dimensione che adesso non abbiamo più.

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  6. Adele Musso

    Grazie a voi per i vostri apprezzamenti. Mi sono divertita anch’io a scrivere questa storia. Lieta di aver contribuito a risvegliare ricordi e sensazioni comuni.

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