Il Divino Banchetto

Bere, Mangiare… Scrivere

442_0Quando ho ricevuto l’invito, pensavo fosse uno scherzo.
E invece, eccomi qua! Il tavolo imbandito, letteralmente, di ogni ben di dio! Sfiziosi antipasti provenienti da ogni angolo del globo; succulente carni trafugate a qualsiasi bestia possa venirvi in mente ora; verdure partorite dai territori più esotici: dalla tundra al deserto, dalle pianure europee alle pendici dell’Himalaya; frutti prelibati, caduti da chissà quali alberi, sotto chissà quali tempeste, raccolti dalle sapienti mani di agricoltori che parlano ogni lingua conosciuta sulla Terra.
I miei occhi saettano con meraviglia da questo incredibile assembramento di cibi agli stupefacenti commensali che siedono a questo tavolo, i quali, in modo ancor più stupefacente, mi osservano curiosi, come se fossi il primo esemplare della specie umana che loro abbiano mai visto.
Non sono così dissimili da me, se non fosse che per i loro vestiti carnevaleschi o la statura decisamente più imponente della mia. Alcuni portano lunghe barbe, proprio come ce li immaginiamo, ma altri sembrano bambini spauriti, con riccioli d’oro e mani paffute. Le donne sono tutte bellissime, splendono dagli occhi e le loro voci sono cristalline, ma d’un tratto anch’esse si zittiscono, e nel silenzio cominciano a osservarmi.
Cosa si aspetteranno mai da me?
“Invito a pranzo con gli Dei”, diceva il biglietto. Mica tanto altro. Perché mi scrutano curiosi? Mica vorranno mangiarmi, eh? Certo, potrei aspettarmi del cannibalismo da queste creature, non ci sono mai andato molto d’accordo. Vogliono ingrassarmi e poi cibarsi di me, farcito come un maiale all’ingrasso? Forse hanno letto Hansel e Gretel, e vogliono rubare l’idea alla strega! Oppure, si sono stancati di questi cibi banali e desiderano provare una carne nuova, una carne… tenera.


Mi guardo intorno. Il viso angelico di Afrodite e la fanciullesca tranquillità di Apollo mi suggeriscono che no, gli Dei non vogliono divorarmi. E poi, lì siede pure Vishnu, che con le sue quattro braccia e la pelle come quelli di Avatar è sicuramente vegano.
Ma allora, cos’avranno da guardare?
«Avanti, mortale, mangia! Non avere paura.» La voce proviene dall’altro capo del tavolo, le divinità tutte si voltano verso la fonte di questo suono terrificante e al tempo stesso benevolo. Il mio sguardo cerca di farsi largo, in mezzo a cesti di ananas, faraone arrosto, cinghiali farciti con creme indiane, ripieni greci, cosparsi di oli siciliani. Intravedo appena Zeus, dietro la montagna di vettovaglie, la folta barba bianca nasconde l’espressione del viso, ma gli occhi tradiscono inquietudine e curiosità. Mi guarda pensieroso, mentre uno a uno tutti gli altri Dei tornano a osservarmi. Certo, non è facile sentire l’appetito, di fronte a una platea così famosa e per niente famelica. Ma mi sembra di non mangiare da secoli, e non aspetto altro che il segnale per intaccare questo banchetto paradisiaco.
Ci sta pure Odino, in mezzo ad Ares e Shiva. Continuano a farsi dispetti: piccole gomitate, forchettate sulle dita, sputano nel piatto del vicino. Si lanciano occhiatacce, si insultano, poi Zeus lancia un tuono che zittisce pure loro. Così, Odino si volta e mi dice: «Avanti, piccolo escremento mortale, facci vedere come mangia un umano!»
Ma come volete che mangi un umano, dico tra me e me. Allora, allungo le mani verso le tartine con salsa di salmone norreno, addento pani soffici con sesamo saporito, abbranco i salumi provenienti dal centro-europa, bevo vino mediterraneo come non ci fosse domani. Accanto a me, Ercole continua a versarmi nettare nel calice, ogni volta un vino diverso. È grosso come una montagna, eppure mi osserva quasi spaventato, mentre affondo gli incisivi in una fetta di filetto di bufalo che sprizza sangue, neanche fosse ancora vivo. Mentre divoro ogni cosa, gli Dei non muovono un muscolo. Ermes bisbiglia qualcosa a Eros, che ridacchia e arrossisce. Dioniso si gratta il capo riccioluto, allunga una mano verso la bottiglia di vino, ma Efesto gli schiaffeggia il polso in segno ammonitorio. Solo io sto mangiando, ed è tutto così buono…
Quando ormai ho consumato cibo sufficiente a sfamare un reggimento di soldati in trincea, un colpo sordo e potente fa tremare il tavolo. I piatti volano in aria, i bicchieri si infrangono, i cibi saltano ovunque. I commensali digiuni si alzano spaventati. Il pugno con cui Zeus ha colpito il tavolo sorprende tutti, e io cado dalla sedia.
«Che cosa stai provando, piccolo sudicio verme?» mi urla contro il padre degli Dei, non più curioso e benevolo. Sta incazzato come una bestia. «Dimmi che cosa provi, immeritevole e inutile pezzo di…» Stringe il pugno verso di me, come una minaccia. Potrebbe schiacciarmi da un momento all’altro, e forse sta persino per farlo, quando Era gli blocca il braccio, prima che il sottoscritto diventi marmellata per questo pavimento marmoreo.
La dea fulmina Zeus con lo sguardo, lui s’acquieta. Era si china su di me, a me scappa un rutto soffocato, tanto sono pieno. Ruttare in faccia agli Dei, questo momento me lo sarei goduto di più non avessi tutta questa paura.
«Piccolo ospite,» dice la moglie di Zeus, «mio marito intendeva solo chiederti: che cosa provi, mangiando tutte quelle meraviglie?»
Che cavolo, è una domanda trabocchetto? Forse gli Dei si drogano? A che gioco stanno giocando? Ancora io non ho parlato, non ne ho avuto il coraggio, ma forse il vino e quel cinghiale arrosto hanno infuso in me sufficiente coraggio… no, è sicuramente sufficiente ubriachezza. Così, rispondo: «Come sarebbe a dire, che cosa provo? Provo contentezza e soddisfazione!»
Nel gruppo di divinità che ora mi circonda si alza un mormorio nervoso. Si parlano all’orecchio l’un l’altro, mi scrutano e mi additano come fossi un alieno. Era incalza: «Ma che cosa provi, fisicamente? Che cosa senti?»
«Beh,» rispondo, d’un tratto tranquillo, «mangiare è un piacere incredibile, che spesso sottovalutiamo come fosse il semplice espletamento di una funzione organica. Sentire il gusto che diventa un tutt’uno con il profumo, mentre le dita toccano e le orecchie ascoltano e gli occhi vedono, e tutti e cinque i sensi vanno nella stessa direzione, come fosse un complotto contro la sobrietà. Cibarsi è ben più che sopravvivere, è il modo che abbiamo per dire al mondo che, se domani dovessimo morire, lo faremo solo dopo esserci saziati, con ancora in bocca il gusto di quelle prelibatezze!»
Il silenzio che cade dopo queste mie parole è surreale. Ercole ha gli occhi pieni di lacrime, Odino si soffia il naso producendo un rumore orribile e Zeus osserva il pavimento con sguardo vacuo. Dopo questo interminabile vuoto, Era chiede: «Per quale motivo non riesco più a sentire i sapori? Che io mangi pane raffermo o un intero cesto di frutta; che io beva acqua salata o melassa dell’Olimpo, tutto ciò che sento è il vuoto…»
Il mio sguardo corre sui volti di tutti gli Dei. Sono tristi, come se avessero perso qualcosa. Non c’è sorriso né serenità nei loro occhi, e tutto ciò che trovo è malinconia. E come cavolo può essere malinconico, qualcuno che non deve morire mai?
«Pensavo che senza la morte si potesse essere sereni,» dico, pensando ad alta voce. «Invece voi mi dimostrate che senza la morte, la vita non ha più alcun gusto, e anche il cibo più prelibato perde qualsiasi attrattiva. In effetti, ora che mi ci fate pensare bene, il cibo più gustoso che qualcuno possa mai provare è l’ultimo pasto del condannato.»
Osservo gli occhi sommessi degli Dei e provo compassione. Così, dopo l’ennesimo rutto impossibile da trattenere, dico a Era: «Mi dispiace per voi, ma se può consolarvi, era tutto buonissimo.»
In quel momento, con un gesto repentino, Era sottrae il martello a Odino, lo innalza con uno sguardo indiavolato, e urlando: «Ridammi subito i miei sapori!!!» lo cala su di me prima che possa rendermene conto, spiaccicandomi a terra come una mosca.
Mi sveglio di soprassalto, sudato e con il respiro affannoso. Sono salvo, tutto intero, nessuno mi ha schiacciato per terra, nessun dio capriccioso mi ha ucciso o si è cibato di me.
Ma soprattutto, sono vivo.
E questo mi mette una fame incredibile.

Riccardo dal Ferro

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2 pensieri su “Il Divino Banchetto

  1. beabea414

    Caro Rick, complimenti. Mi hai ricordato Rablais con il tuo pantagruelico banchetto!
    La prima parte è barocchissimamente di maniera, mentre la seconda distilla una serie di considerazioni davvero profonde.
    Per me, la delizia suprema è comunque nella frugalità dei cibi semplici…a dispetto dell’horror vacui!
    Bravo!

    Rispondi
  2. raimondo.q

    La sola idea di perdere il senso del gusto mi turba non poco. Dopo il sogno di un pasto così abbondante, spero che tu abbia ripreso sonno per sognare una dose doppia di citrosodina.
    ciao. (emoticon digestivo)

    Rispondi

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