Italia nostra.

Italia nos

– Sventolano bandiere nei ricordi che furono.

– Fregnacce, fregnacce! disse il colonnello.

I fucili, prima caricati in spalla, erano riposti sotto la grande ombra ricurva del mulino a vento all’ingresso del paese. Tutti avevano abbandonato le armi e le intenzioni di resistenza al valore e ricchezza di una nuova comunicazione verbale: “Libertà!

Doveva essere l’aria di cambiamento: si percepiva una irreale paralisi del tempo circostante. I giorni a venire non sarebbero stati quelli di sempre, o meglio quelli sino ad allora conosciuti. I nostri figli non sarebbero nati in sacchi di plastica senza un riferimento a nome o provenienza. Cosenza. Verona. Bari. No, non sarebbe stato un viaggio senza ritorno.

Era rinata l’ultima dea, e dal suo capezzale romano le implorarono di seguire la sorte di tutti. Era la Speranza.

[ … ]

Il colonnello era sempre l’ultimo a sognare, a stimolare i giovani al passo forzato sulle montagne o nelle retrovie notturne: per non cadere in imboscate nemiche.

Ora non più, tutto era fruibile al passaggio, la terra calpestata era tornata a essere quella dei natali, delle famiglie dimorate. Il paesaggio si era riconfezionato nelle cartoline con i paesi distrutti. L’abbraccio del popolo combattente che aveva incontrato paura e soffocamento ideologico fu colto da un buon auspicio raccolto per le vie.

– Quel che è distrutto non torna più.

Era un pensiero comune. Ma maturò in fretta un’idea di eterna rivalsa.

I sanguinamenti per le perdite sarebbero rigermogliati nell’aspetto. I legni scricchiolati sotto il peso dei passi nemici avrebbero restituito alla luce fidenti gemme.

Quel che contava realmente era che un popolo si ritrovasse in strada a gridare:

– È finita! È finita! Uscite! È finita!

Toccava riprendere in mano tutto.

Ogni sfida, ogni secondo, ogni sfacciata voglia di rivincita.

Se solo i morti avessero potuto… sarebbero tornati all’istante, a riprendersi quello che era stato tolto loro, e trovarsi, poi, dinanzi a questo scenario: un popolo unito e fuori da ogni stereotipata controversia intellettuale. È l’unità nel sangue, nelle cose comuni, nelle radici comuni, nella terra, di tutti, nostra. Questa Italia.

Il colonnello, il veterano, il partigiano Jhonny avevano dichiarato la loro guerra contro l’oppressore, per riappriopriarsi di quella libertà usurpata, forse un bisogno di sete personale, che faceva diventare grandi di colpo: ci si prendeva le proprie responsabilità e senza alcun indugio, perché, in tal caso, il sibilo di un proiettile poteva fare la differenza.

[ … ]

Anni e anni sono trascorsi.

I tempi sono cambiati, il ricordo è commercializzato nei grandi magazzini, le cartoline con i paesaggi deturpati non esistono più. La patria è tornata a essere prigioniera, ma di se stessa. Non siamo qui ora a distinguere quali siano i Caino e quali gli Abele. Tutti portiamo un pugnale conficcato nella schiena.

Quella giovane Italia, tanto amata, tanto voluta, per la quale si è versato troppo sangue sui sagrati, è ora invecchiata.

Fregnacce, fregnacce, direbbe il colonnello. L’Italia nostra ce l’hanno sfigurata.

Raffaele Rutigliano

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