Incipit d’autore : “Scemo come tuo padre” – Beppe Tosco – Ed. Mondolibri

Gli amici di #Svolgimento

8 ottobre 1994 Nascondigli

scemocometuopadreMale. Male, i bambinelli di tre anni, quelli di quattro e forse anche quelli di cinque si nascondono male. Dai. Si nascondono male e poi vogliono essere cercati. Si nascondono dietro l’angoletto, dietro la pianta, sotto i cuscini. Un bambino largo una quarantina di centimetri si ritiene invisibile quando è nascosto dietro il tronco di un pero largo dieci. E non basta. Sicuro che il suo nascondiglio sia perfetto, convinto di essere invisibile, dopo un po’ da dietro il pero sparisce il culo e spunta il muso. Muso furbissimo che spia chi lo cerca per vedere cosa fa. Di solito chi svolge il ruolo di cercatore è il papà. La mamma fa da fiancheggiatrice. Tifa per il farabutto. So che molti di voi non approveranno, ma io ero un papà micidiale. Come la mamma diceva, con quel tono da commedia scadente che si usa per il nascondino: «Dooov’è Stella?», «Dooov’è Francesco?», pronunciando le parole a voce alta e poco naturale allo scopo di avvertire il latitante che di lì a poco sarebbe cominciata la caccia e che doveva restare ben nascosto, io, che di solito finivo di cenare sgranocchiando frutta secca, non lasciavo passare un secondo. Senza neanche alzarmi in piedi dicevo: «È dietro il frigo vedo il piede.» «È sotto il divano vedo tutto meno un piede.» «È dietro la tenda vedo la forma.» Non sapevo perché, ma ci tenevo che i miei figli imparassero a nascondersi meglio, e per stimolarli li smascheravo senza pietà. E chissà che in futuro una certa abilità nel nascondersi non torni utile a entrambi, visto come vanno le cose in questo secolo. «Dooov’è Francesco?» «Nell’angolo dietro l’armadietto.» La mamma cercava di mediare. «Scusa, non puoi far finta di non vederlo subito?» «Ma è lì.» «Lo so che è lì, ma tu non puoi far finta di non vederlo?» «Perché? Scusa, il gioco non è che lo devo trovare? Eh. E allora. È lì. Sotto la sedia. Dietro lo scaldabagno. Sotto il piumone.» Così i miei due figli cominciarono a imparare a nascondersi meglio. E ora che sono grandi non li trovo, neanche col cellulare. E ne sono fiero. Ma c’è una storia, bellissima, di figli che si nascondono e di papà che li cercano. È la storia di Umberto Eco e di suo papà. Un Eco anche lui. Entrambi della dinastia degli Echi. Due esseri umani smisuratamente intelligenti, due menti straordinarie in lotta. L’uno, Umberto, abile nel nascondersi, l’altro, Eco senior, grandioso nello scovarlo. Umberto piccolo, come tutti noi, giocava a nascondersi con il suo papà.

Erano gli anni Quaranta, in Italia circolavano le prime auto e i lampioni per le strade erano ancora quelli a gas. Umberto è nato ad Alessandria, una piccola città del Piemonte, che allora era tranquilla, rustica e circondata di campagna. La sera, quando il papà di Umberto aveva finito di cenare e si accendeva il mezzo toscano, il piccolo Umberto si nascondeva. Ma Umberto, che sarebbe diventato uno degli uomini più intelligenti al mondo, anche se aveva solo cinque anni si nascondeva bene. Dio, se si nascondeva bene. Lui non si nascondeva dietro lo scaldabagno, lui si nascondeva dentro. Oh, direte. E che ci vuole? Ebbene provate a immaginare voi, a cinque anni, svitare le viti del coperchio, chiudere il rubinetto di alimentazione dell’acqua e poi fare lo scarico degli ottanta litri dello scaldabagno, issarvi fin su e lasciarvi cadere nel serbatoio avendo cura di tenere il coperchio in mano e poi calarvelo sulla testa e restare al buio a quasi due metri di altezza in perfetto silenzio. Minuti e minuti così. L’Umberto. Immerso nel buio totale trattenendo il respiro mentre intanto il padre in sala da pranzo fumava il toscano senza battere ciglio. La mamma allora chiedeva, con voce da commedia: «Dooov’è Umberto?». «Nel boiler» rispondeva immediatamente il babbo. «Ho visto dei granelli di ruggine nella vasca, Umberto esci pure.» Perché qui siamo davanti a una storia strabiliante di lotta di intelligenze superiori, di menti fini, di cervelli speciali che voi e io non abbiamo. Ma che i due Eco invece avevano eccome. Umberto allora provò a nascondersi sotto il cane. Toledo. Uno schnauzer gigante. Toledo era un cane di carattere accomodante e Umberto, facendosi largo nel pelo, vi si era avvinghiato con gambe e braccia sotto la pancia come i pellerossa sotto le pance dei cavalli quando vogliono nascondersi ai visi pallidi. «Dooov’è Umberto?» fece allora la madre di Umbi. «Sotto la pancia di Toledo. Vedo il cane che si trascina sulle zampe ma senza altri sintomi di una infezione alle vie urinarie» rispose il padre Eco spipettando il mezzo toscano con un occhio aperto e l’altro chiuso per schivare il fumo. Amici, lo so che l’immagine di Umberto Eco appeso sotto uno schnauzer vi potrà apparire impropria, ma vi ricordo che allora Umberto aveva cinque anni, oggi è diverso. Anche se… a me Umberto nel boiler mi piace immaginarlo così. Com’è adesso. Le settimane intanto passavano, Umberto affinava l’arte del nascondino e imparava a lavorare la lamiera. E quando si sentì pronto si nascose ancora una volta. La mamma nuovamente invitò i suoi cari alla sfida ripetendo l’oramai famigliare: «Dooov’è Umberto?». «Dietro la tenda. Vedo la sagoma» rispose immediato babbo Eco. La mamma, allora, sorniona, scostò con un gesto plateale la tenda. Ma dietro di essa c’era solo la sagoma, di Umberto. Un simulacro di latta, una specie di sarcofago costruito con ritagli di ferro e stagno saldati fra loro e del tutto simili al figlio. «Ma qui c’è solo la sagoma…» fece la mamma gongolante e soddisfatta, «l’Umberto vero, dov’è?» «Dentro.» Rispose il padre di Umberto, e aveva ragione. Si aprì uno sportello e Umberto uscì fuori non senza malcelato fastidio. «Sono due giorni che trovo il cannello della fiamma ossidrica fuori posto, così ho fatto due più due» disse il padre aspirando dal sigaro e lasciando uscire a tratti anelli di fumo dalla bocca socchiusa. Così Umberto, a cinque anni appena compiuti, il giorno dopo prese un treno. Da solo, e per Vienna. Gli Eco avevano una nipote che gestiva una gelateria italiana nella capitale austriaca, e Umberto ne aveva sentito parlare una sera a tavola. Così, complice la mamma che sapeva del viaggio, il bambino aveva deciso di andare a nascondersi lì, e la mattina presto aveva preso una tradotta che in dodici ore lo aveva portato fin là. Sceso alla stazione centrale, il piccolo Umberto con poche parole stentate in dialetto della Carinzia aveva convinto un tassista a portarlo in Kuttendorfstrasse dalla signora Ofelia nipote degli Eco e dopo qualche convenevole e un fugace abbraccio alla parente, Umberto, per buona misura, si era nascosto sotto il copriletto della camera padronale. «Dooov’è Umberto?» fece la mamma quella sera ad Alessandria. «A Vienna» rispose il padre sminuzzando coi denti la punta di un toscano. «A casa di Ofelia. Sotto il copriletto per l’esattezza.» La mamma di Umberto aveva guardato con occhi di brace suo marito. «Scusa, ma non puoi far finta di non trovarlo subito?» «Nel pomeriggio ho ricevuto una strana telefonata da un tassista che parlava tedesco… così ho fatto due più due e…» «Senti, due più due» lo interruppe la mamma di Umberto piuttosto seccata, «perché nostro figlio dovrebbe essere proprio sotto il copriletto di Ofelia?!» «È il posto più ovvio. Quando ti senti troppo sicuro, è il momento in cui commetti l’errore» rispose il padre facendo uscire una catenella di anelli di fumo dalla bocca socchiusa. Ma Umberto non ci stava. A luglio dell’anno dopo si era ricavato in soggiorno un doppiofondo in cemento col metodo che avrebbero impiegato anni dopo Sandokan e gli Schiavone, ma dovette arrendersi dopo che il padre aveva preso a colpire la finta parete con una mazza ferrata. Ed è in questo contesto di lotta fra menti eccelse, che si arrivò alla volta del sosia. Con la complicità della madre, Umberto si diede alla ricerca di un bambino che gli somigliasse come una goccia d’acqua. Lui e la madre batterono il territorio piemontese spingendosi a ovest di Alessandria fino all’appennino ligure. E lo trovarono: Mattia. Di soli sei mesi più vecchio di Umberto, Mattia era figlio di un calzolaio di Tortona. Ed era identico a Umberto. Stesso naso, stessi occhi e un ciuffo considerevolmente più pronunciato che fu domato con la brillantina. Mattia aveva scarsa attitudine alle conversazioni, moccio perenne sotto il naso e tirava bestemmie da carrettiere. Non solo, Mattia era anche privo di curiosità e di quella vispa intelligenza che Umberto invece possedeva e che gli avrebbe consentito di scodellarci quel monumento di cose belle che è Il nome della rosa, ma per il resto era uguale al giovane Eco. Persino nel portamento Mattia aveva già quello che pure Umberto possedeva, un incedere simile all’orso che va per alveari. Identici. Vestiti con una marsina blu i due bambini erano perfettamente uguali. Era quindi venuto il momento della verità, e la madre, esaltata e partecipe, organizzò la cena. La sera prefissata, madre, figlio, persona di servizio e anche Mattia stesso erano in sala da pranzo eccitati, la cuoca era pallida e con le mani ghiacciate, la madre fumò la prima sigaretta della sua vita e al cane venne appeso un rosario al collo. La casa intera, nell’attesa del capofamiglia, era come carica di elettricità. Ed ecco. Dal balcone la cuoca fece il segnale. Stava per arrivare papà Eco. Umberto si dileguò e Mattia si mise a tavola. Il padre arrivò e la cena cominciò. Dio, che tensione. Dopo il minestrone di verdure Eco senior chiese al figlio com’era andata a scuola e Mattia si arrabattò in un flebile: «Bene…». La voce di Mattia somigliava abbastanza a quella di Umberto piccolo, ma l’accento piemontese era più forte. Il padre però non sembrò accorgersi di nulla e la cuoca, che si teneva pronta a intervenire, tirò un sospiro di sollievo. Al momento del bollito con salsa verde e mostarda di Cremona a Mattia si sbriciolò un grissino tra le mani e gli partì, più per la tensione che per il grissino spezzato, una bestemmia di buona caratura. All’istante la cuoca fece un fischio, la mamma fingendo che qualcuno avesse bussato gridò forte «chi è» e il cane si mise ad abbaiare. Il padre di Umberto però continuava a dare l’apparenza di non essersi accorto di nulla. Durante la frutta padre e figlio addirittura scherzarono sulla somiglianza fra una pera deforme e il naso di Pinocchio e la madre, che rideva assai sopra le righe, per distrarre il marito e distogliere l’attenzione dal figlio si esibì nell’imitazione della tortora e di diversi animali da cortile. Arrivata al merlo e al suo becchettare tutta la tavolata fu coinvolta e i tre, con la giunta della cuoca, si trovarono a muovere la testa ritmicamente come i merli alle prese coi lombrichi. La cena stava riuscendo magnificamente. E dopo il dolce, per la cronaca un bunet, il pasto poteva considerarsi terminato. Un istante dopo la madre di Umberto scattò in piedi. «Dooov’è Umberto…?» fece, coi capelli carichi di elettricità statica dritti sulla fronte. L’Eco padre la guardò stupito. «Dov’è, il tuo Umberto, dai.» Insistette la madre con gli occhi brillanti e le guance tirate da un sorriso che non era normale. La cuoca dalla cucina le fece eco. «Dov’è!?» Il cane uggiolava. L’uomo si guardò intorno smarrito. «Dov’è dov’è dov’è» fece la madre con la cadenza del picchio che bussa sul prugnolo. «Dov’è il padroncino?» si affacciò mani sui fianchi la persona di servizio. Nella camera da pranzo era calato il silenzio assoluto. Non una mossa, non una parola. Poi, mentre le rondini delle otto e mezza di un bel tramonto alessandrino si scambiavano di posto nel cielo, l’uomo con bella voce baritonale disse: «Mi chiamo Duilio Ferrero e faccio il portantino.» E un vento freddo soffiò sulla tavolata. «Suo marito sei settimane fa è venuto da me per una cortesia.» La mamma di Umberto afferrò lo schienale della sedia a due mani. Il cane prese a pedalare nel sonno e la cuoca si fece il segno della croce con le dita sporche di farina. «Mi scusi tanto, ma suo marito mi ha dato quaranta lire… sa per me sono tanti soldi» disse con tono di scusa l’uomo, identico manco a dirsi all’Eco padre. «Per fare» chiese la madre di Umberto con voce opaca. «Passare un po’ di tempo con voi facendo credere di essere lui» rispose l’uomo imbarazzato. «Diofalso» bisbigliò Mattia. «E mio marito dov’è?» «Ha detto che si sarebbe fatto giretto in giardino» rispose l’uomo. In quel momento entrò papà Eco tenendo per mano Umberto completamente coperto di fango e con una rana fra i capelli. «Era nello stagno delle carpe» fece papà Eco soffiando dalla bocca il fumo del toscano, che si andò a disporre nell’aria a forma di ventaglio giapponese

Dedica dell’autore :

Amici di “Svolgimento”! Non ero mica sparito sa? Eccomi apparso quindi con un capitolo regalo del nuovo libro. Un saluto a Anna, Gianluca, Roberto, Leprissima e tutti quanti ed ecco un capitolo in esclusiva tra i più deliranti. Chi può lo mandi a Umberto Eco, che si divertirà. Per il resto, comperate il libro o no, fate come vi pare, ma beccatevi questo esclusivo, pittoresco, svariegato racconto anni 40.  Un abbraccio Beppe

beppe e gli altriQuesto libro non è solo farina del sacco di Beppe Tosco. Per raccogliere spunti e intuizioni l’autore ha chiesto aiuto a una squadra di uomini (alcuni padri, tutti figli). Ecco la squadra al completo durante una seduta di lavoro. In basso da sinistra Gaspare Grammatico, Lorenzo Tessitore detto Tex, Beppe Tosco, Francesco Tosco (rappresentante dei figli con funzioni di controllo). In alto da sinistra Luca Celoria, Paolo Fittipaldi, Vittorio Collini.

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4 pensieri su “Incipit d’autore : “Scemo come tuo padre” – Beppe Tosco – Ed. Mondolibri

  1. anna wood

    Boia fausss che onore avere Beppe Tosco su #Svolgimento! Ma poi avete letto quanto è divertente? No? allora fatelo 🙂 Non è UN CONSIGLIO ma UN ORDINE! non ve ne pentirete!

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  2. Roberto

    Grande Beppe. Una delle menti più squilibrate d’Italia e paesi limitrofi. Assoluto unico mio punto di riferimento. Un abbraccio … ed in culo alla balena!

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  3. RobyLepri

    Beppe riesce a farmi ridere anche quando non ne ho voglia. Cioè spesso (non ne ho voglia) e sempre (ci riesce). Che dire? Questo libro è un gran libro perchè dice delle cose vere, quelle che ci appartengono ma che ci siamo dimenticati. Torniamo piccoli per capire immediatamente che a quell’epoca eravamo i padroni del mondo ma poi questa cosa ce la siamo persa per strada. E, come dice mio figlio, spesso ci siamo “rimasti schiacciati”. Bau bau micio micio e un grande bacio da me e da Prince! Roberta

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