In Sella

ImmagineCercavo di pedalare con normalità, non volevo correre, non volevo dare l’impressione di avere fretta o, peggio, una missione da compiere. Una donna a quell’ora poteva giusto andare a recuperare della verdura per la cena o alla canonica a cercare il prete.
Sentivo che il naso paonazzo, per l’aria gelida del mattino, avrebbe potuto attirare su di me l’attenzione di chiunque. Le buche della strada facevano tremare i raggi delle ruote, confondendo quello delle mie braccia. Avevo paura. Una paura folle. Via dei Ponti, sospesa nella brina. Una curva in discesa e un improvviso spavento per un laccio della scarpa finito contro la catena. Via Longobarda, dove una settimana prima abbiamo trovato il Gamba impiccato al castagno. Un pezzo della corda era rimasta a penzolare da un ramo. La piazza, muta, anche se era giorno di mercato. Erano settimane che non arriva più nessun ambulante. Altra curva e il lungofiume. Il cane del Professore latrava ancora a chi passava vicino al cancello. Anche a quelli che venivano a portargli qualche osso. Il suo padrone non c’era più ma lui da lì non si muoveva. Finalmente la campagna. Sapevo che avrei iniziato a tremare più forte se mi avessero fermato per domandarmi cosa stessi facendo, così pensavo che, se proprio doveva accadere, avrei preferito subito una pallottola in testa. Senza accorgermi di nulla. Forse mi sono innamorata di te proprio perché quel giorno avevo paura, ricordi? Quando ti vidi per la prima volta, fermo, ritto sulle spalle davanti a quella cascina, ebbi la stessa sensazione che credo possano provare dei marinai davanti al faro di un porto, dopo giorni e giorni su un mare in tempesta. Che freddo faceva. E che buio per quella strada. Ti passai il cesto. Sotto i panni stirati c’erano le tre pistole arrivate da Boltiere. Mi sfiorasti con un dito il dorso della mano. Abbassammo entrambi lo sguardo, così non riuscì a vedere se anche tu arrossisti in quel momento. “Quando tutto sarà finito”. Era questa la frase che introduceva sempre ogni cosa riuscivamo a dirci. “Quando tutto sarà finito”. E mi bastava per trovare la forza di pedalare di nuovo verso il paese. Mi sono innamorata di te perché avevo paura, certo. Ma soprattutto perché “Quando tutto sarà finito” potesse essere presto. E allora non ci saremmo accontentati di sfiorarci la mano.


Chissà come riesco a ricordarmi il colore di ciascuna camicia che vi portai quel giorno, ma non quello che ho mangiato ieri a pranzo. Poco importa, sarà stata la solita minestra che mi portano quasi ogni giorno in questa di casa di riposo.
Oggi è venuta una giovane tirocinante, credo in psicologia, e ci ha messe in gruppo nella stanza al pian terreno, vicino al salottino delle visite. Ci ha chiesto se avevamo voglia di raccontarci qualcosa del passato. La giovane non si spiegava perché lì per lì fossimo tutte un po’ stranite e titubanti. Mio son presa io la briga di raccontarle che di solito in quella stanza scendevamo per salutare qualcuno che andava verso il cimitero. Poveretta, avessi visto come è arrossita. Ho voluto essere anche quella che rompeva il ghiaccio. Così le ho raccontato di te, delle pedalate che mi facevo per la campagna, della paura e di tutto il resto. L’ho incuriosita sai? L’unica cosa che ho tenuto per me e che non credo racconterò mai a nessuno, è cosa facemmo il 27 aprile del ’45 nel fienile del Barba, giù dopo l’edicola di Santa Marta.
Ho ancora freddo, Carlo. E paura. Parlare con la tua foto mi consola. Avrei ancora bisogno di sentirti sfiorare la mia mano. Ora più che mai avrei bisogno di saperti all’erta, alla fine di questa strada che mi è stato dato in sorte di percorrere da sola.

Gianluca Meis

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