L’attesa – seconda e ultima parte

14408982_10210521829507920_879185470_nIl mare era inquieto quella sera. La scogliera era spazzata dal vento. Fantasmi di sabbia si schiantavano contro le rocce come un esercito di anime dannate, trascinando il carico doloroso della propria esistenza. Gli spruzzi che il vento sollevava dall’acqua schioccavano come frustate. Era come se il mare volesse sbranare l’isola. L’inverno quell’anno non si era fatto preannunciare; aveva fatto irruzione alla Batteria come un nemico venuto dal mare, schiumando tutta l’acredine macerata nel buio della propria anima per un anno intero.
Io e lui eravamo in piedi a fissare quella massa tetra che per la prima volta ci faceva paura, schiaffeggiati dal vento che, perfido, mi aggrovigliava i capelli, quasi volesse strapparmeli. L’aria odorava di tempesta; ne sentivo l’elettricità formicolarmi addosso.
«Cosa facciamo, allora?» gli chiesi, il cuore che mi batteva impazzito nelle orecchie.
Colsi un lieve tremito nella sua mano che stringevo con forza. Lui non aveva compiuto ancora vent’anni; io ne avevo soltanto sedici; non eravamo pronti a fronteggiare quella realtà.
«Partirò» disse poi. «Mi arruolerò in Marina, e cercherò di farmi spedire in qualche base qui vicino. È l’unica soluzione».
«E io?».
«Dovrai aspettarmi. Se avrò un lavoro, un lavoro vero, allora tutto sarà più semplice. Tua madre… ci permetterà di farci una vita». Continua a leggere

L’attesa – prima parte

14408982_10210521829507920_879185470_nErano cinquant’anni che non lo vedevo. Lo sognavo quasi ogni notte, dall’indomani del nostro addio. Ma da quel giorno erano passati cinquant’anni. Per tutto quel tempo era come se non fosse mai andato via. Dalla mia mente. Dal mio corpo. Era sempre stato con me. Nonostante avessi cercato di corrodere il suo ricordo, di amputare le mie memorie, non ci ero mai riuscita. Era questa la maledizione di quell’amore: non poter dimenticare. Era come se avessi continuato a vivere due vite; una, dove lui materialmente non c’era più, e l’altra, dove invece era con me e mi osservava come un fantasma che non vuole sapere di andarsene, condannato a una vita incarnale di crudele contemplazione.
All’inizio avevo creduto di essere pazza, perché la sua presenza, per quanto immateriale, era come tangibile. Col tempo, però, ci avevo fatto l’abitudine. Riflettendoci, lui era uno spettro della mia mente; una proiezione dei sensi di colpa, dei rimpianti, di quell’amore che avevo soffocato tanti anni prima. Era naturale che fossi costretta a convivere con i suoi muti silenzi.
Un pomeriggio, mentre come mio solito camminavo verso la Batteria, l’aroma aspro della macchia mediterranea a graffiarmi le narici, il muggito del mare in lontananza, avvertii come una fitta al petto di tale intensità che dovetti fermarmi e inginocchiarmi a terra. Provai un qualcosa di non definibile a parole, ma in qualche modo ebbi la certezza che stava tornando. Così come si propagano le onde, così si sparsero intorno a me i ricordi della nostra giovinezza, trascinati dalla violenta sensazione che lui stava venendo da me. Dopo cinquant’anni. Cinquanta maledetti anni da quell’evento che aveva scavato un abisso tra noi. Continua a leggere

Incipit d’Autore: “Orgasmo Song” di Fabio Casagrande Napolin – Vololibero Editore

orgasmo song

dai “Preliminari”

Ai giorni nostri, una canzone come Je t’aime… moi non plus, cantata ne lla sua versione più celebre da Serge Gainsbourg e Jane Birkin, non desta più nessuno scandalo. La si ascolta senza malizia, con il sorriso sulle labbra. La si considera una canzone d’amore un po’ osé, senza tuttavia ritenerla per questo oscena e triviale. Il brano è stato oggetto di moltissime cover da parte di artisti provenienti dalle più differenti scene musicali. Di Je t’aime… moi non plus esistono versioni riverniciate nei colori più disparati: dal sofisticato easy listening, al ruvido industrial, passando per reggae, hip hop, disco music, new wave… In quasi cinquant’anni dalla sua prima registrazione è stata utilizzata come colonna sonora del film omonimo diretto dallo stesso Serge Gainsbourg o quale commento musicale televisivo. Ha fatto da sfondo agli spogliarelli amatoriali – un po’ squallidi – dei primi anni Ottanta, alle pubblicità delle chat erotiche dei Novanta, per venire infine sdoganata dalla pubblicità televisiva: nel 2012 viene adottata come tema per lo spot del profumo Miss Dior Chérie con testimonial Natalie Portman. Quando uscì nel 1969, Je t’aime… moi non plus venne accolta invece con enorme scandalo da parte un po’ di tutta la stampa benpensante, fu bandita dalle emittenti radiotelevisive di stato in Italia e Regno Unito e condannata al rogo da “L’Osservatore Romano”, che la definì tout court “oscena”, anche grazie a una sgangherata traduzione che l’organo di stampa del Vaticano pubblicò per dimostrarne l’inaudita sconcezza. Questo portò al sequestro del disco sul territorio italiano, ma la cosa, lungi dall’arrestare la diffusione della canzone, le regalò invece un’immensa pubblicità gratuita che contribuì non poco a decretarne l’incredibile successo internazionale.

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Elsa va in vacanza

camminare nudiQuel giorno Elsa restò sotto il getto della doccia più a lungo del solito. Trenta o quaranta minuti. Quando finalmente uscì dal bagno si sentiva talmente bene che i 38C° non erano più un problema.
Si avvicinò all’armadio e sfiorò i bei vestiti colorati: seta gialla, lino bianco, cotone celeste… no no no.
– Voglio restare nuda.
E così fece.
Si guardò nello specchio e non provò vergogna. Aveva seni abbondanti e fianchi larghi. Forse da questo inverno aveva qualche chilo di troppo. Ma a un buon bicchiere di vino bianco non avrebbe voluto rinunciare, soprattutto quando non riusciva a leggere né a scrivere.
Sotto la doccia si era depilata completamente il pube. Le ascelle erano lisce e bianche. Le sembrava di essere tornata una bambina. Le gambe lunghe e sottili erano piacevolmente morbide.
Uscì nuda. Solo con una piccola borsa di cuoio, dentro le chiavi della macchina, i documenti, e il rossetto. Se ne mise un po’ prima di mettere in moto.
Erano le tre del pomeriggio e Roma era deserta, non un filo di vento agitava le foglie del viale alberato dove abitava da qualche anno. Non conosceva nessuno, chissà se qualcuno l’aveva vista uscire completamente nuda. Si guardò intorno ma non vide nessuno.
Elsa si sentiva straordinariamente bene. Non aveva più caldo, era perfettamente a suo agio, non le sembrava neppure di essere grassa. I chili di troppo erano scomparsi sotto la doccia.
L’aria condizionata le solleticava la pelle, era pronta per fare un giro.
Fu a un semaforo che si accorse di un uomo in un’altra auto. Anche lui era nudo. Aveva un bel torace, un po’ di barba, i capelli bagnati come se fosse appena uscito dalla doccia.

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Incipit d’Autore: Mickeymouse03 di Andrea Mauri – Alter Ego Editore

13179000_1009463539122038_7695164065957797365_nLa chat mi conosce come mickeymouse03. È merito della Storia se ho scelto questo nick. Al liceo mi piacevano le lezioni sulla seconda guerra mondiale. La scintilla con Topolino scoccò quando mi imbattei in un libro che raccontava come persino Hitler trascorreva il tempo libero seguendo le avventure di Mickey Mouse. Era appassionato del cartone animato e non se ne perdeva nemmeno un episodio. In quello stesso libro scoprii inoltre che la parola d’ordine che avrebbe dato inizio allo sbarco in Normandia era proprio Mickey Mouse. Mi sentii orgoglioso di portare lo stesso nome di un animale che sarebbe passato alla storia. Rappresentava la mia rivincita. Per essere basso e con le orecchie un po’ a sventola. Proprio come un topo. Da quel momento in poi nessuno dei miei compagni avrebbe continuato a prendermi in giro. Sarei stato protetto da quel topo scaltro, che mi avrebbe aiutato a uscire dalle situazioni difficili, così come fece con gli alleati durante la guerra. Continua a leggere

La Genny (e una caduta malriuscita)

Dalla cantina di zio Genny (1)Armando era emersa una bicicletta che in scala ridotta riproduceva una bici da corsa, di quelle con la canna.
Era chiaramente una bicicletta da uomo e sarebbe diventata di Mauro, mio fratello, più piccolo di me di un anno.
La chiamammo Velocina, forse anche perché i freni non andavano molto bene, e spesso e volentieri Mauro si schiantava contro qualche muretto.
Era una specie di ricompensa per consolarlo della delusione, perché io invece la bici l’avevo avuta nuova, e la mia era una Graziella.
O meglio, era un modello tipo Graziella.
Ed era di un improbabile fucsia, tanto per passare inosservata.
Io che la bici la volevo sì, ma una Graziella come quella di Simona, bianca ed elegante.
E invece mi toccò una Genny, o come diavolo si chiamava. Rosa shocking.
Ma sempre meglio della Velocina rossa e mezza arrugginita di Mauro.

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